“L’Urlo” nel deserto post atomico.


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Il trionfo in termini numerici di “Mad Max: Fury Road” alla Notte degli Oscar potrebbe passare inosservato a causa del fatto che le statuette assegnate al film premiano fattori tecnici e quindi meno eclatanti presso il grande pubblico. E l’opera potrebbe essere liquidata, da chi non conosce la saga o ne ricorda magari superficialmente solo i primi tre episodi, come film d’azione di pregevole fattura dal punto di vista esclusivamente visivo.
Il rischio è particolarmente accentuato a causa dei trailer che ne evidenziano l’adrenalinica frenesia.(link). E infatti chi scrive, dopo averne visto di sfuggita uno in televisione, si mise in testa che la regia, lungi dall’essere affidata dall’ormai anziano George Miller, regista storico della serie, portasse la firma dell’autore di “Fast and Furious”.
L’equivoco durò giorni e non c’è niente di strano: il trailer sembra essere studiato per far colpo su un pubblico dal palato grossolano forgiato da film fatti di lotte ed inseguimenti, e quando si punta al grande pubblico è normale sia così. Ed in effetti non si può negare che la sceneggiatura consista, in buona sostanza, in un inseguimento, interrotto solo da sparatorie e pestaggi, che va da un punto A ad un punto B senza alcun fronzolo e senza dialoghi introspettivi o verbose digressioni (il che, a dispetto di una certa critica erudita ma non colta, non pregiudica  in alcun modo la possibilità che ci siano sia un grosso spessore che una solida base).mad-max-2-xlarge

Come i suoi predecessori, questo film è una sorta di western post-apocalittico la cui contestualizzazione è di per sè sufficiente a lasciare un segno nell’immaginario collettivo attraverso una serie di rimandi più o meno espliciti, quasi sempre esclusivamente estetici, che comunicano moltissimo senza bisogno di alcuna didascalia o spiegazione. Così come nel fantasy si attinge alle civiltà e alle tradizioni più arcaiche per creare un mondo immaginario che potremmo proiettare idealmente in un medioevo fantastico e per certi versi allettante, così il mondo di Mad Max attinge al nostro presente, alla nostra società e immaginando quelli che potrebbero esserne i residui in un futuro catastrofico. Il fantasy ri-costruisce, Mad Max de-costruisce, scompone. Cast e scenografie, di conseguenza, sembrano sopravvissuti all’esplosione di una decina di magazzini di ferramenta e officine automobilistiche, mentre della civiltà come noi la conosciamo non resta praticamente nulla. Solo una barbarie che potremmo definire pre-umana.
kenshiro-hokuto-no-ken L’intuizione che portò, a fine anni settanta, alla creazione dell’immaginario di Mad Max fu una scintilla che accese le micce degli artisti di mezzo mondo per i decenni a venire ed i cui echi ancora si sentono ancora oggi a due passi dal 2020 (videogiochi come Borderlands,  Rage o Fallout ne sono un chiaro esempio). Oltre allo scontato riferimento a Buron Son e Tetsuo Hara che idearono Ken Il Guerriero mescolando i canoni di Miller ad atmosfere western e storie di Kung Fu (“corrompendo” in senso buono una generazione), basti pensare  ai gruppi musicali che attinsero a piene mani dall’estetica del film,ob_35862d_blackie-lawless-chris-holmes-randy-pip oltre che agli innumerevoli imbarazzanti cloni a basso costo, da “i predatori dell’anno omega” a “megaforce”, il cui finale resterà negli annali del pacchiano(link).
Il fatto che il film sia stato prodotto con parecchio denaro non deve far dimenticare che il primo capitolo della saga, datato 1979, era un prodotto a basso costo povero di mezzi e ricco di idee, ben lontano dai consueti film d’azione in cui il rapporto idee/mezzi è generalmente invertito.
Per fortuna questa munificenza immaginifica, che nasce dall’aver qualcosa da dire prima che da mostrare, è rimasta nel DNA di tutti i film della saga apocalittica di Miller, mantenendola sempre “fresca”.
E infatti la nuova opera, pur rispettando i canoni di quelle che l’hanno preceduta, si arricchisce di alcuni particolari che testimoniano l’osmosi esistente fra tensioni collettive, immaginario, e narrazione. Se negli ultimi due film veniva presentato un mondo devastato ma in certo senso “stabilizzato” nel suo seguire le proprie regole spietate, un mondo che potremmo definire un “medioevo prossimo venturo”, riflesso negativo dell’ottimismo degli anni ottanta, in questa pellicola abbiamo l’impressione di essere in un mondo “preistorico”, in cui l’uomo è perennemente sull’orlo dell’estinzione. mad-max_fury-road_bannerSi respira una sensazione di “epilogo dell’umanità”, o forse di inizio di un nuovo ciclo.
Sotto questo aspetto il film con cui Fury Road ha lo “spirito” più simile è il primo. Quello cioè ambientato in piena crisi energetica, prima che il conflitto nucleare azzerasse la civiltà come noi la conosciamo. Sebbene i deserti come quello in cui si svolge questo nuovo capitolo caratterizzassero il secondo e il terzo film, il clima di desolazione e senso del limite, di precarietà e pericolo costante, ma sopratutto la sensazione che tutto vada avanti per forza d’inerzia (come accadde nelle province dell’Impero anche secoli dopo lo sfascio di Roma), fu appannaggio esclusivo del primo Mad Max. Nei due successivi, come abbiamo detto, la civiltà nel baratro ci è già finita, si tratta solo di muoversi e sopravvivere in un mondo che è già sfasciato. Medievale, quasi fantasy (in negativo ovviamente).
In questo nuovo capitolo ci sembra di essere sull’orlo di un ulteriore abisso perché una contestualizzazione razionale ed esplicita che spieghi come funziona la società non c’è. Abbiamo una cittadella dove un tiranno di nome Immortan Joe Immortan-Joe_article_story_largeha il monopolio dell’acqua e viene adorato come un dio avente potere di vita e di morte sui suoi sudditi, sappiamo che ci sono leggende su terre lontane dove l’erba cresce rigogliosa e possiamo osservare di sfuggita la microsocietà di Immortan Joe: il suo esercito fatto di uomini ossessionati dalla “bella morte”(prima di ogni impresa suicida gridano “guardami”, in inglese un più significativo “witness me”, sii mio testimone), le sue concubine, addette alla riproduzione e quelle dedicate alla produzione del latte. Ma di un mondo vero e proprio, di una società strutturata, non abbiamo traccia anche perché tutto ci viene presentato in maniera frenetica, seguendo le vicissitudini “fantozziane” del protagonista, fatto prigioniero e sbattuto di qua e di là per tutta la prima parte della storia. Più sogno, più affresco che narrazione, il primo tempo del film pare il risultato della notte insonne di un metallaro ubriaco dopo un’indigestione di peperoni e superalcolici (e lo dico senza dare a ciò una connotazione negativa): morte e violenza ovunque, motori sparati a velocità folli, tamburi di guerra accompagnati da chitarre elettriche col manico provvisto di lanciafiamme, nichilistici culti di morte in cui l’idea norrena di un Valhalla per i guerrieri meritevoli si sposa con un’estetica tutta teschi e terrore dal sapore vagamente precolombiano, gente che tatua delle facce sorridenti sui propri tumori, uomini sfruttati come “riserve di sangue”  e donne reificate al punto di essere semplici addette alla riproduzione e alla nutrizione. Il tutto in una cornice dal sapore atavico, simile alle immagini che proiettiamo quando immaginiamo dimenticate civiltà megalitiche.

Quasi un horror, questo film è permeato di un più esasperato nichilismo rispetto ai capitoli precedenti, così come sono più elementari le cose per cui si combatte: l’acqua e le donne. Elementi più basilari in termini di pura sopravvivenza e conservazione della specie rispetto alla benzina dei primi film. Non che nei precedenti film l’acqua si trovasse dietro l’angolo e la gente se la passasse bene, ma scene che associano la divinità di un uomo alla sua capacità di dispensare acqua (e in quantità irrisorie) non le ricordiamo.

Acqua sotto
La sequenza in cui viene somministrato il vitale minerale liquido è impressionante e maestosa e suggerisce come, in un mondo dove non c’è più la cultura e gli uomini sono simili a bestie, chi ha il controllo delle risorse vitali  possa essere adorato come un dio dispensatore di vita e di morte.
Visto come semplice “film di fantascienza” o “film d’azione”, Fury Road rischia di non venire compreso nella sua sostanza più profonda.
Non dobbiamo dimenticare, infatti, che l’uomo non ha mai raccontato storie per il semplice intrattenimento, ma per trasmettere insegnamenti attraverso allegorie, immagini, metafore. L’idea di un semplice “intrattenimento” è puramente moderna e, nella maggior parte dei casi, incompleta. Non raccontiamo di Prometeo o Cappuccetto Rosso perché ci piace o ci intrattiene, ma perché ci serve.
Quella che noi chiamiamo “industria dell’intrattenimento”  è in realtà un’agenzia di diffusione di idee non meno di quanto lo sia la scuola.
Non esisterebbe, altrimenti la censura, né certi film farebbero scalpore, ed è Acqua ampio
questa la ragione per cui a volte alcuni spettacoli riescono a dar vita a veri e propri “fenomeni di costume” incidendo attivamente sulla società.
Senza andare a prendere in considerazione l’uso politico dell’arte, che ci porterebbe, fra digressioni storiche e analisi sociologiche in territori decisamente lontani dalle nostre competenze, è opportuno sottolineare che nel momento in cui scegliamo di raccontare una storia, noi diventiamo degli stregoni capaci di imprimere le nostre visioni nel “comune sentire” in modo più o meno intenso e diffuso a seconda della visibilità e della qualità della nostra opera, ma siamo anche delle “antenne” che captano le pulsioni collettive. Tra la massa dei fruitori e l’artista o il team creativo c’è un rapporto di circolarità e influenza reciproca difficilmente districabile. Benché si usi il termine “medium” in riferimento al cinema o alla televisione, sarebbe più corretto dire che il medium è l’artista, nel senso di mediatore fra inconscio collettivo e mezzo cinematografico, fra l’archetipo e la storia che ne scaturisce, come quei medium che, secondo alcune credenze, metterebbero in comunicazione i vivi coi morti.
Ed è in questa ottica che molti film, compresi i cinepanettoni, andrebbero osservati.
Ed è in questa prospettiva che Mad Max: Fury Road assume la sua importanza come “segno dei tempi”. mad-max-fury-road-6Ci dice come ormai il nostro inconscio sia disperatamente ossessionato (e a ragione) dall’idea non più di un semplice imbarbarimento ma di una imminente “fine dei giochi”. Conseguentemente, ci mostra come a questo sentore apocalittico si adeguino l’immaginario ed il fantastico dell’uomo post moderno.
Perché, trasfigurato, vediamo in Fury Road tutto ciò che ogni giorno ci viene vomitato in faccia dal web, dai giornali e dal nostro sempre più desolante vissuto quotidiano.
Viviamo in un mondo in cui le più elementari conquiste del movimento operaio stanno venendo pian piano spazzate via, e in molto meno tempo di quanto ci sia voluto a realizzarle. La lotta di classe non è finita. Ha solo invertito le rivendicazioni.
Abbiamo una percezione sempre più “piramidale” della società, ne percepiamo il vertice come irraggiungibile al punto che la gente ha smesso di credere nella possibilità non solo di accedervi, ma anche semplicemente di influenzarlo con il voto.
Le agenzie di informazione non informano più, si limitano a terrorizzare continuando a battere sulla crisi, sulla cronaca nera, sul terrorismo, convincendoci che siamo tutti spacciati e che dobbiamo fidarci di “quelli che stano sopra di noi”.
Le masse che nel film accorrono ad accaparrarsi quel poco di acqua che viene loro concessa, non ci ricordano forse un po’ troppo noi stessi? Se non per l’acqua, per uno stipendio da fame o per un giorno di vacanza in cui concentrare tutto quello che non abbiamo fatto negli ultimi tre o quattro mesi? Se non è sudditanza  questa, dovuta alla siccità di una risorsa per alcuni versi più vitale dell’acqua, ossia il tempo (quindi la vita stessa), non sappiamo cosa lo sia. E quanto simili siamo ai derelitti che raccolgono persino il fango dalle pozzanghere, pur di accaparrarsi qualche goccia d’acqua! 

L’analogia coi profughi è troppo scontata e rischierebbe di far travisare gli intenti dell’articolo che, coerentemente con lo spirito di questo blog, riguarda ciò che si sta muovendo “dentro” di noi, prima che fuori.

Della privatizzazione dell’acqua si è ampiamente parlato e sappiamo che, al di là di referendum o dibattiti, prima o poi ci arriveremo comunque. Forse non domani, ma dopodomani di sicuro. E l’acqua, guarda un po’, è uno dei fulcri intorno a cui gira il film.
E che dire dei “figli della guerra”, i soldati di Immortan Joe?cinema-mad-max-fury-road-03
Il loro ossessivo cercare una morte eroica gridando “ammirami”,  sembra davvero la trasfigurazione post apocalittica dell’ossessione per la “visibilità” che l’uomo moderno occidentale (l’uomo mediatico nell’acuta definizione di Giovanni Sartori), fra reality show e social network, ha da quando la società dell’apparire si è stabilizzata allevando un nuovo tipo umano il cui concetto di “essere” e “agire” è strettamente collegato a quello di “essere visto”, “essere ammirato”. La loro dedizione ricorda pure i kamikaze islamici, così come la furia belluina con cui si gettano nella battaglia ricorda i contractors strafatti di anfetamine che spadroneggiano in medio oriente, o i soldati statunitensi carichi di fanatismo e steroidi.
Che piaccia o no, questo film è il lucido incubo di un uomo nato in Australia nel dopoguerra. Un uomo che ha visto la società occidentale evolvere e puntare dritto verso il nulla. Guardarlo può essere faticoso, come faticoso è talvolta decifrare il messaggio di un quadro o una poesia, ma lascia qualcosa. Immagini, intuizioni, domande.
Consiglio caldamente anche a chi non ama il fantastico o il cinema d’azione la visione di Fury Road (possibilmente comparata coi predecessori) perché è un’ottima cartina di tornasole per capire dove siamo e come ci sentiamo. Ogni epoca ha il suo “Urlo” di Munch. Questo film è un buon candidato per essere l’urlo (anche senza virgolette) della nostra e
poca.
The_Scream

1 commento

  1. Preludio

    Interessante recensione.
    Molto chiara ed incisiva.
    Ha, pertanto, il pregio di suscitare curiosità in chi non ha visto il film…

    Rispondi

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