La strage degli innocenti

In ogni adulto si cela un bambino – un eterno bambino, qualcosa in eterno divenire, che non è mai completo, e richiede cura incessante, attenzione e insegnamenti. E’ la parte più intima della personalità che vuole svilupparsi e venire alla luce.” (C.G.Jung)

Rinaldi era uno stronzetto.
Un bambino coi capelli rossi e le lentiggini seduto due banchi davanti a al mio in terza elementare.
Non perdeva occasione per intervenire se un compagno, interrogato alla lavagna, tartagliava.
Suggeriva risposte sbagliate ai bambini in difficoltà durante i compiti di matematica o a quelli che, durante una scena muta alla lavagna, cercavano con occhi disperati un aiuto dai compagni.
Sempre quella cazzo di mano alzata per correggere tutti, persino la maestra.
Pronto come un cecchino.

Rinaldi era uno stronzetto viziato.
Aveva tutti i Masters in commercio perché il padre li comprava a prezzo di costo e per giunta, dal giocattolaio del quartiere, era un ospite fisso che i negozianti chiamavano per nome.

Tutti i bambini facevano scambio di figurine quando avevano dei doppioni.
Rinaldi no.
Rinaldi i doppioni li vendeva.
La figurina di Maradona raggiunse le quindicimila lire. Ed era l’ottantotto.

Ogni lunedì, ogni cazzo di lunedì, sproloquiava raccontandoti di come fosse stato bello andare a Edenlandia, il luna park stabile di Napoli, il sabato prima.
Praticamente i genitori ce lo portavano ogni weekend e, se eri uno dei fortunati membri della cerchia degli amici di Rinaldi, magari ci portavano pure te. In quel caso potevi guardare anche tu, come il tuo fulvo e generoso compagno di classe, con aria di superiorità i non iniziati.
Aveva un modo femmineo e vagamente crudele, spaventosamente innaturale per una creatura di nove anni, di far pesare sugli altri bambini la sua posizione socialmente privilegiata, e a scuola viveva di rendita grazie alle generose elargizioni che i genitori facevano all’istituto religioso che frequentavamo. Era considerato il più bravo della classe anche se, pur non essendo certo uno sciocco, non fosse affatto l’alunno più brillante, ammesso che un simile aggettivo possa utilizzarsi propriamente quando ci si riferisce a bambini delle elementari. Non aveva qualità di spicco se non la sua arroganza e la gratuita cattiveria con cui faceva dispetti, e spesso si prendeva delle libertà che gli venivano regolarmente perdonate tanto  dalle suore dell’istituto quanto dalla maestra, che era laica a quanto a bigottismo e sessuofobia non aveva nulla da invidiare alle mie aguzzine nerovestite.
Rinaldi agiva impunemente come un signorotto medievale.
La scuola sembrava essere un feudo della sua famiglia.

Forse ero frustrato dalla sua presunzione, forse lo invidiavo davvero per la caterva di giocattoli che ingombrava la sua cameretta e tutta la casa della nonna pizzaiola, o forse semplicemente non avevamo caratteri compatibili, sta di fatto che ci litigavo in continuazione, spesso venendo alle mani. Mai una volta che la maestra mi concedesse il beneficio di riconoscere le mie ragioni. Ero sempre nel torto agli occhi di suore e maestre, e non di rado finivo nell’ufficio della direttrice. La mia unica soddisfazione veniva dal vandalismo, dal sabotaggio: rubavo le sue merendine, facevo sparire il suo diario, le penne, i quaderni.
Nella maggioranza dei casi venivo beccato e punito.

Osservare le dinamiche interne alla classe che frequentavo è un ottimo spunto per riflettere su quelle dei piccoli gruppi sociali. Come ho detto Rinaldi non era né il più intelligente né il più bravo dei bambini che frequentavano la mia classe. Eppure era riconosciuto come tale da quasi tutti.
Perché?
Bastava che la maestra lo elogiasse a ogni pie’ sospinto, poi la tendenza all’inerzia della massa faceva il resto. Rinaldi era l’ideale verso cui tendere. Io ero il bambino discolo, letteralmente il “cattivo ragazzo”, anche se di fatto non ero certo quello che si definisce un delinquente, anzi. La mia unica colpa consisteva nell’essere un bambino vivace con dei genitori del tutto ignari degli intrighi da soap opera che interessavano suore, genitori, e insegnanti laici.

Non importa se quello che una figura autoritaria dice sia vero o falso, non importa se sia una vera e propria bugia o una semplice accentuazione della realtà né importa che coloro i quali riconoscono quella autorità verifichino la veridicità di un’affermazione toccandola con mano. L’importante è solo il trasporto emotivo con cui certe parole vengono pronunciate.
Nelle grandi piazze come in una piccola aula.

A ben vedere la comunicazione, politica e non, funziona così.
Nell’analizzare i flussi informativi dei media di massa, alcuni parlano appunto di infantilizzazione della popolazione, evidenziando il fatto che questo sarebbe il primo passo per aprire la testa di ogni singolo cittadino e farci un bello shake di idee mescolate fra marketing e politica.
Siamo tutti ancora bambini in quell’aula.
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Non ne siamo mai usciti perché in quell’aula abbiamo avuto al nostra prima esperienza sociale realmente strutturata al di fuori della famiglia. Sono certo che Rinaldi si è evoluto da piccolo a grande stronzo, così come so che ancora oggi mi entusiasmo o mi adiro per le stesse cose che mi colpivano da bambino.
Mi commuovo a vedere lo scontro finale fra Yuuza delle nuvole e Raoul, ho i brividi lungo la schiena quando sento la colonna sonora di Conan il Barbaro e più del porno mi galvanizza un nudo della Fennech.
In questa prospettiva, accettando cioè il fatto che siamo ancora in quell’aula, comprendiamo che non si tratta di infantilizzazione, perché di fatto non serve un processo di “riduzione all’infanzia”. Quello che accade è piuttosto una sorta di “infiltrazione”.
Infiltrazione per raggiungere il bambino che è dentro di noi.
E non ci vuole granché.
Si tratta solo di calcare il più possibile la mano sulle emozioni. Del resto non ci hanno messi in quell’aula a sei anni perché volevano istruirci.
Al contrario ci hanno messi lì perché il giovane è percepito come una minaccia. Una mina che fa saltare la roccia. Un vento che può spazzare via ciò che è vetusto, se lo lasci soffiare.
La scuola serve, certo. Ci fornisce la cultura e l’ingegno necessari a stare al mondo. Non è che serva solo come controllo sociale. Ma, così come la cosa più invasiva ed offensiva di uno spot pubblicitario non è il proporti questo o quel prodotto, ma inoculare attraverso il metamessaggio uno stile di vita o una scala di valori, così la scuola ha come funzione più offensiva ed untuosa questa invasione psichica. Questa possessione.
La scuola serve anche, e forse soprattutto, per governarci.
Per insegnarci fin da piccoli ad obbedire.
Per creare quella corsia preferenziale attraverso la quale il Potere può arrivare dritto nel nostro intimo e gestirci come più gli aggrada.
Il famoso tritacarne che si vede nel film “the wall” di Alan Parker.

Non sono affatto persuaso che sia necessario “infantilizzare”.
Al contrario è sufficiente fornire una informazione semplificata e parziale, emotivamente caricata per ottenere il consenso.
Il bambino che noi siamo, esattamente come il Pinocchio burattino, non ama pensare, impegnarsi, faticare. Ama non pensare ma essere pensato.
Non agire, ma essere agito.
Il consumismo non esiste perché all’improvviso, a metà del ventesimo secolo, ci siamo rincoglioniti.
Al contrario il consumismo esiste perché l’uomo ha una naturale tendenza all’inerzia.
A farsi cullare.
Massimo risultato con il minimo sforzo.
Non si spiegherebbe altrimenti come mai i grandi maestri spirituali, quelli che predicano contro il “sonno della coscienza”, siano sempre esistiti, anche quando la vita non era certo semplice. E’ un errore ritenere che la propaganda politica, la pubblicità e le tecniche di comunicazione aziendale tendano a “infantilizzare” l’uomo. La verità è che quell’approccio alla comunicazione va a scavare per trovare quel bambino bisognoso che è in ognuno di noi. L’infante è presente in noi e guai se non fosse così.
Lo evocano.
Lo polarizzano.
E poi ne abusano.
Pascoli parlava del fanciullino, Antoine de Saint-Exupery non lo chiama così ma di questo parla nel “piccolo principe”. Il taoismo usa spesso l’immagine del bambino come riferimento. Il candore di alcuni monaci buddisti ricorda quello dei bambini.
Cristo arriva a dire “Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare.” (Marco 9, 9:10)
E ancora: “tutto ciò che avete fatto al mio fratello più piccolo, voi l’avete fatto a me” (Matteo 25,40).
Citando cose meno auliche potremmo sottolineare come fin dai tempi degli Articol31 il rapper milanese JAx abbia sempre fatto riferimento all’infanzia, giocando anche con la doppiezza semantica tanto cara ai rapper, con l’espressione “senza filtro”. Riferita tanto alla canna quanto alla coscienza del bambino che non ha sovrastrutture.
La copertina dell’album Meglio prima (?) e il video della canzone altra vita, che potete vedere qui, oltre che il testo di ribelle e basta, che in un verso parla di vittoria della fantasia sugli adulti, sono in tal senso abbastanza espliciti.
Il video della canzone piccoli per sempre (link) , sempre sue, pure non lascia molti dubbi su dive si voglia andare a parare.

Cristo, Pascoli, e de Exupery usano il bambino per dirci qualcosa in chiave simbolica per parlare di qualcosa.

Qualcosa che l’imperatore romano Adriano identifica nell’animuccia. ” Animuccia vagabonda, leggiadra ospite e compagna del corpo. In quali luoghi andrai ora tu pallida, fredda e nuda? E non darai più gioia, come sei solita…”
si parla di quel seme infinitesimale (“quel granello di senape”, direbbero alcuni) destinato a svilupparsi in ciò che chiamiamo “una persona”, ma che è precedente e superiore ad essa.
E che non cambia neppure quando la personalità cambia.

Tutte le maschere che indossiamo servono a proteggere quella scintilla. Ma è nell’interesse di alcuni (pre)potenti non tanto proteggerla, quanto piuttosto identificare noi nelle maschere, in modo da impedirci di entrare in contatto con la scaturigine di ciò che noi siamo.
Si parla di “bambino” o di “fratello più piccolo” in termini simbolici perché di fatto quella parte di noi è letteralmente ingenua.
Questo perchè noi non “eravamo” quel bambino chiuso in classe alle elementari. Noi siamo quel bambino, come siamo quel ragazzo, quell’uomo, quello sportivo, quel professionista, quel padre, quell’appassionato di videogiochi, quel cinefilo, quell’amante. Semplicemente, a seconda delle esigenze, ciascuno di questi “io” tiene il timone della nostra esistenza. A volte per effettiva esigenza (il mio io marzialista emerge in caso di aggressione per salvarmi la pelle e non è lo stesso io che racconta una barzelletta in modo teatrale in un’osteria o sostiene un esame universitario) e a volte, la maggioranza a dire il vero, solo per automatismo.
I (pre)potenti vogliono che a tenere il timone sia l’ingenuo, il bambino.

Ciascuno di noi è una legione che fa quadrato intorno al bambino, principalmente per proteggerlo. Pudore, aggressività, istrionismo e chi più ne ha sono solo maschere per proteggere il fanciullino.abusi-minorili1 E quel fanciullino, in modi spesso indecifrabili, cerca sempre di farsi sentire. Quando non ci riesce finiamo per ammalarci. Non è un caso che una società che identifica l’uomo solo in alcuni ruoli funzionali, dove l’espressione “ufficio del personale” è stata sostituita da “ufficio risorse umane”, dove l’originalità è percepita come una anomalia da eliminare, dove l’utile ha sostituito il Bello, registri un vertiginoso aumento delle patologie mentali.news_img1_70112_bimbo-autistico-isolato
In questa prospettiva risulta chiarissimo cosa renda così esecrabili, ad occhi non ancora del tutto corrotti, pubblicità e propaganda: cercano di stabilire loro quale dei tuoi tanti io debba reggere il timone in quel dato momento senza che tu te ne accorga.  E vogliono che sia il bambino pieno di bisogni. Lo fanno solo per il loro tornaconto.
Economico.
Professionale.
Politico. 2013-09-19-18.09.47
Collodi, nella sua favola, ci parla proprio di questo.
Della lotta tra bambino e burattino.
Fra anima e macchina biologica.
Fra scintilla vitale e mera istintualità.
Fra inerzia animale e volontà attiva.
Fra avere ed essere.
Tutti i Gatti, tutte le volpi, tutti i Lucignolo del mondo ci vogliono burattini, ci vogliono somari.
Ci vogliono nel Paese dei Balocchi.

Noi, solo per la nostra pigrizia mentale, tendenza all’inerzia, bisogno di sentirci dare una carezza sul capo da un surrogato del padre, accettiamo questo stupro come cani di Pavlov.
Lo accettiamo quando cediamo alla pubblicità.
Quando ci esaltiamo per un “like” o un “retweet”.
Quando sprechiamo il nostro tempo su un sito porno.
Quando cediamo alle leve del conformismo rinunciando a far sentire la nostra vera voce (“è il silenzio dell’anima che abbraccia altre catene”, canta la band torinese Linea77 nella canzone “un uomo in meno”che potete sentire qui)

Il bambino che tu sei stato non è scomparso. E’ solo “da parte”, e porta su di sé gli stessi lividi e le stesse sbucciature, gli stessi sogni, gli stessi problemi irrisolti, le stesse aspirazioni e delusioni di quando eri piccolo e sognavi di essere grande. Quello che fanno i potenti, i capi, i mercanti, è andare a stuzzicare quelle sbucciature, quei sogni, quelle aspirazioni, quei traumi, quei ceffoni per trasformarti in un loro robot. O peggio: vanno da quel bambino e gli promettono che tutto quello che ha sempre desiderato e mai avuto finalmente potrà essere suo.
Per questo quando sei in un centro commerciale a volte ti ritrovi a comprare qualcosa di cui non hai realmente bisogno. Vuoi essere come il tuo compagnuccio di scuola. Vuoi i Masters di Rinaldi.
Per questo finisci per avere simpatia per un politico anche se di economia e politica non ci capisci un fico secco. Vuoi unirti al coro dei tuoi compagni.
Per questo sei devoto al tuo capo in azienda e un po’ lo temi. E’ tuo padre, tua madre, la tua maestra.
Sono così bravi che riescono a farti passare un Rinaldi per un alunno modello nonchè un bravo bambino, e condannare i bambini più “veri”. Sono così bravi che hanno trasformato questo mondo nel mondo di Rinaldi. Un mondo di farabutti.
Ormai Rinaldi è il modello verso cui tendono i nuovi yuppies, gli arrivisti che escono dalle più prestigiose università e non pensano a “fare del bene”, ma a “fare successo” (e, conseguentemente, soldi).

Una mano ingombrante e fredda si è addentrata in te come la sonda di una rettoscopia finché non ha trovato quel bambino, lo ha attirato con la promessa di una caramella o di un nuovo giocattolo oppure lo ha spaventato (sono tecniche del tutto equivalenti)e poi gli ha messo i ceppi. Non resti un bambino per ventiquattro ore al giorno. Solo quando devi fare le spesa. Solo quando sei al lavoro. Solo quando sei nella cabina elettorale o al bar a parlare di politica con l’indice alzato come Puffo Quattrocchi, oppure sui social network a pontificare sul nulla davanti a te stesso. Se questo non ti fa venire voglia di tirare fuori il coltello dal cassetto in cui lo nascondi, di impugnare una spranga e scendere in piazza, di tirare fuori il tuo fucile da caccia e freddare chi ti sta facendo questo, non è perché sei sano. E’ solo perché sei un campione della ginnastica di obbedienza di cui parlava de Andrè in “Storia di un Impiegato”. E’ solo perché nel raffronto fra costi e benefici hai ritenuto preferibile il quieto vivere. Ma se osservi la cosa da questa prospettiva, che è l’unica vera davanti a alla Verità (direi Dio ma non vorrei venissero fraintesi gli intenti del testo agli occhi dei professionisti dell’ateismo da web), non puoi non riconoscere a quale violenza sei sottoposto e quale sia l’unica reazione buona e giusta per non far torto a quel bambino che stava chiuso nell’aula in attesa della campanella della ricreazione.
E forse non è tardi per ricreare.

Una volta un amico mi ha appoggiato una mano sulla spalla e mi ha chiesto: “sai la differenza fra un frocio e un leone?”. Alla mia risposta negativa ha risposto così: “Sulla spalla di un leone non puoi mettere la mano”. Una gag divertente che ho subito riciclato finendo per fare una gaffe con uno che omosessuale lo era davvero.

Ci sarà sempre un cretino che taccerà di omofobia questa barzelletta, ma in questo caso l’uso della parola frocio non fa riferimento alle preferenze sessuali, quanto a una generica idea di mollezza non necessariamente identificabile nei gusti in fatto di partner e pratiche sessuali. Fa riferimento all’idea di un uomo che “si abbandona” e, così facendo, lascia libero accesso al proprio spazio vitale.
Un uomo che si fa penetrare.
Non puoi mettere impunemente la mano sulla spalla del leone, come non puoi toccare un gatto o un cane randagio se non sono loro a volerlo.
Non puoi fotografare un “selvaggio” (uso il termine senza alcuna valenza spregiativa) senza rischiare di trovarti la testa fracassata.
Non puoi avvicinarti ai cuccioli di mamma cinghiale senza rischiare la vita.
Sai che non puoi.
Però lasci che uno stronzo qualunque penetri nelle aree più intime della tua anima, le occupi, ci metta le sue bandierine e alla fine faccia quello che vuole del tuo bambino interiore, trasformandolo in uno schiavo.
Ti fa orrore la pedofilia? Suscitano in te sentimenti di vendetta e giustizia sommaria gli infanticidi, il lavoro minorile, la violenza sui bambini?
Non sono che la manifestazione sul piano materiale della brutalità a cui sei sottoposto da tutti da quando ti svegli la mattina a quando ti corichi la sera.

La strage degli innocenti.

Child Abuse with abusive parent father

abuso bambola sulle scale

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