Spite Extreme Wing, riedizioni.

Doveva essere circa l’autunno del 2004 quando mi imbattei nell’album “NON DVCOR, DVCO” degli Spite Extreme Wing, gruppo black metal di cui ai tempi non sapevo nulla tranne che annoverava tra le sue fila membri degli Antropophagus, soprattutto un cantante che aveva prestato la voce a un disco dei Runes Order ispirato al film “La Casa Dalle Finestre Che Ridono”: “The Art Of Scare And Sorrow”. 

1. Pingu, il depressive black metal, e i dadi a venti facce.

Il metal estremo, con particolare riferimento al black, stava esaurendo in quel periodo la carica primigenia degli anni novanta standardizzandosi su dei cliché buoni a far leva non più su quel caos pre-razionale in cui si muovono le forze archetipiche ma sul desiderio di trasgressione di adolescenti la cui circonferenza toracica non superava quella di Pingu e il cui spessore culturale non superava quello di una lettrice di “Cioè”.
I nomi storici del black stavano mutando in qualcosa d’altro: i più svegli avevano iniziato a muoversi lungo lo spettro musicale proponendo evoluzioni inaspettate (Manes, Ulver ecc), Varg Vikerness si stava concedendo una lunga pausa di riflessione “in umido” mentre quelli che tenevano il punto o si erano standardizzati proponendo minestrine riscaldate o si erano trasformati in macchiette che mettevano la parola “Satana” in ogni verso per non perdere l’appeal sui ragazzini alle prese con la prima eiaculazione (o sindrome premestruale per le quote rosa del metallo pesante).
Era nato un nuovo sottogenere; il depressive black metal, per il quale nutrivo una genuina repulsione filosofica. Inoltre, le contaminazioni della scena del metal estremo con certe realtà dark tedesche collegate al mondo del fetish avevano reso carnevalata quell’estetica che in origine non era né barocca né costosa, essendo stata ai tempi che furono la  convergenza fra esigenze teatrali e povertà di mezzi. Puntando su tutto ciò che faceva da contorno, il metal si era annacquato e femminilizzato non nei suoni, spesso parossistici, ma nella sostanza.
Sul versante meno nero, la libera circolazione di dati attraverso internet aveva aperto le porte del metal ad un’orda di nerd armati di playstation e dadi a venti facce convinti che questo genere musicale fosse un nuovo tipo di cosplay. Parte della responsabilità di questo scempio la ebbe un videogioco, “Brutal Legend”, che aveva garantito sicuramente dei bei gruzzoli alle band che cedettero i diritti per esso, ma evidenziò solo l’aspetto grottesco ed immaginifico di quella che è a tutti gli effetti una forma d’arte musicale e non un semplice giocattolo. Brütal Legend - WikipediaCosì potevi trovarti in palestra a preparare un incontro mentre un paio di ragazzini mandati lì dalle mamme per farli dimagrire cercavano di attaccarti improbabili bottoni (consistenti perlopiù in sequele di nomi e dischi) sul metal, cinema e fumetti mentre tu annaspavi in cerca di aria tra una ripresa al sacco e l’altra. Le riviste musicali perdevano importanza lasciando al solipsismo autistico della fruizione digitale singolare e compulsiva l’esplorazione della musica, sostituita da una sorta di mondanità fondata sul collezionismo, dove paradossalmente proprio la musica passava in secondo piano.
Si aveva la netta impressione che certe strade stessero inaridendo, e che i musicisti intenzionati a sopravvivere artisticamente dovessero cambiare pelle, spesso snaturandosi.
Capitava di comprare i dischi registrati da quelle realtà musicali che già si rispettavano ma difficilmente ci si addentrava nell’underground per scoprire qualcosa di nuovo, nonostante myspace offrisse proprio questa possibilità coi suoi giochi di “scambio di link” tra gruppi musicali. Anche perché un underground propriamente detto non esisteva più: tutto poteva finire in primo piano anche per pochi giorni e niente godeva di quelle connotazioni elitarie conferite dalla scarsa reperibilità del materiale. Spesso il difetto di talento o qualità musicale veniva coperto dalla pezza del “trueismo”, dell’ideologia, o di qualsiasi cosa in quel momento consentisse la vidimazione di “vero”. Troppo conformismo e mondanità, tutto troppo caotico e snervante come aggirarsi tra le rumorose bancarelle del mercato di Napoli con l’indolenza e l’emicrania di un memorabile doposbronza.
Non che non esistessero realtà interessanti e genuine (molte anche italiane), ma queste vivevano in sordina o avevano un universo di riferimento tutto loro e, data la de-centralizzazione delle “fonti di cognizione” di cui dicevamo sopra, non era nemmeno scontato un appassionato ne venisse a conoscenza (negli ultimi mesi ho scoperto band italiane interessanti in giro da un decennio e oltre di cui ignoravo persino il nome!).
Se volevi cercare qualcosa che partecipasse di un certo Spirito, era più facile trovarlo addentrandosi in territori un po’ lontani dal mercato metal: neofolk, dark ambient, certa elettronica persino qualche rapper (ma non ditelo ai metallari sennò je vengono le convulsioni…) ricavandone peraltro piacevolissime sorprese. 

2. L’innominabile.

Il nome Spite Extreme Wing mi attirò non perché fossi alla ricerca di una nuova formazione black metal da ascoltare, quindi (ai tempi, pur suonandolo, avevo salpato da quei lidi tornandovi solo saltuariamente sentendomi un po’ “il ragazzo della via Gluck”), ma perché scoprii, credo grazie ad un’intervista sulla rivista Grind Zone o forse per passaparola, che il gruppo di Argento e Azoth aveva dedicato un album alla figura di Julius Evola, autore con cui avevo familiarizzato a fine anni novanta e su cui gravava, agli occhi non solo dell’opinione pubblica ma anche di buona parte della cultura accademica, il marchio dell’infamia per essersi mosso ed espresso soprattutto nel periodo fascista e un po’ oltre. Chi lo criticava tendeva infatti a liquidarlo come intellettuale fascista (spesso solo per sentito dire e parlo anche di dottorandi in filosofia) nonostante si fosse espresso praticamente su QUALSIASI argomento guadagnandosi svariati meriti (tra i vari: aver offerto una bussola anti-cantonate con “maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo”).Al di là della follia insita nel voler condannare qualcosa che partecipava di dinamiche oggi sopite e dunque non conoscibili né giudicabili (mentalità che porta all’idiozia della cancel culture), c’è proprio il fatto che Evola aveva scritto veramente di tutto.
Liquidare un autore che trattò di yoga, jazz, pensiero tradizionale, esoterismo, alchimia, sesso,  magia, orientalismo, che aveva fatto parte del gruppo di Ur, solo per il suo aver puntato su un movimento politico è, prima che assurdo (statisticamente improbabile abbia scritto solo cazzate), da ignoranti. E dovrebbe portare, per coerenza, a buttare via anche, fra gli altri, Pirandello, Tucci, Ungaretti, Toscanini, Gentile o il Nobel Dario Fo che tanto piace a un certo tipo di pubblico.

3. Consonanze e risonanze.

Data la posizione che la cultura dominante dava ad Evola, non guardai subito di buon occhio l’opera degli S.E.W.: temevo si trattasse di una scelta provocatoria finalizzata a “fare rumore” (ripeto che a quel tempo il black era costellato di gente dalla bocca enorme), qualcosa di caciarone e pittoresco che avrebbe solo contribuito ad alimentare la diffidenza della massa verso Evola. E verso il metal estremo (la cui popolarità ai tempi era ai minimi storici in Italia a causa della vicenda delle Bestie di Satana). Ordinai il CD convinto di dover assumere il cipiglio critico del pesante guastafeste, ma appena aprii il libricino di accompagnamento mi sentii a mio agio: non solo l’artwork era congeniale al mio gusto, ma addirittura mi trovai sotto gli occhi oltre ai testi delle canzoni e alcune citazioni Evoliane, una bibliografia essenziale tesa ad indicare al neofita entro quali coordinate collocare il disco, il tutto espresso con la giusta sobrietà che allontana i fraintendimenti. L’esatto contrario di ciò che temevo (e chi frequentava il metal estremo in quegli anni sa di cosa parlo).
Fu una sorpresa riconoscere, nei riferimenti bibliografici citati (cosa assai rara per un album musicale: pareva di più la bibliografia essenziale in chiusura di un saggio), buona parte degli autori e delle opere che erano parte della mia formazione. Non solo Evola e Guenon, d’Annunzio e Meyrink o Mishima e Spengler, ma anche autori meno prevedibili in quel contesto come Massimo Fini o Claudio Risè. Fu gratificante come incontrare qualche spirito affine lungo un cammino solitario. Quegli incontri da rifugio di montagna che ti aiutano a capire che non sei il solo a partecipare di un certo Spirito. E servono davvero quando la tua formazione è solitaria e senza bussola.
Il disco si apriva con una canzone sulla presa di Fiume (un diretto a inizio match che ne stabilisce il tenore) col testo corroborato da alcuni motti d’Annunziani. Folgorante. Sotto il profilo strettamente musicale “NON DVCOR, DVCO” si attestava su sonorità tipicamente black metal con i testi in Italiano, che allora erano una cosa abbastanza rara, ma la peculiarità fu la scelta di registrare sfruttando i riverberi naturali di un forte costruito a fine Ottocento (esperienza poi replicata nell’album successivo sfruttando i riverberi di una chiesa). Tutto sembrava voler far prevalere l’elemento artigianale, per conferire all’opera una personalità unica, ma soprattutto era evidente il generoso sforzo comunicativo che muoveva quel carro. Recuperai il materiale che mi era sfuggito (un disco) ed accolsi le nuove uscite con estremo favore, compresi i contigui IANVA e altri gruppi affini in territori non metal.

4.Innalzare le insegne.

“N.D.D.” e i dischi successivi divennero la colonna sonora di molti momenti importanti del mio vissuto e tra i pochi ascolti estremi a non stancare a distanza di anni, anche perché sottolinearono un periodo della mia esistenza in cui mi rimisi in gioco per molte cose: dal banale cambiare percorso di studi e di vita al salire sul ring ad un’età in cui la gente di solito molla o passa professionista (che per uno che fu folgorato da Rocky a sei anni mentre giocava coi Masters sul pavimento del salotto vale più di quanto valga una Ferrari per un bocconiano che da bambino puntava al massimo ad accaparrarsi il Parco della Vittoria o la Società Acqua Potabile giocando al Monopoli). Un’esperienza individuale ed esclusiva, quest’ultima, davvero dal sapore Fiumano giacché nasceva con un’ imminente data di scadenza per i limiti di età imposti dal regolamento della Federazione Pugilistica Italiana (in realtà poi spostati in avanti di qualche anno), ma capace di muovere energie immani tanto da aprire ulteriori porte, conoscenze, connessioni che cambiarono di parecchio le coordinate di vita che fino ad allora avevo seguito, gettando le basi del mio presente anche professionale. Un periodo magico con un considerevole cambio di paradigma e nuovi percorsi da imboccare. Non per foga letteraria ho aggiunto questo dettaglio personale ma per evidenziare come un individuo, quando sta per vibrare su un’altra ottava, guardandosi intorno con curiosità e attenzione, può accorgersi che nello stesso momento sensibilità simili stanno vibrando allo stesso modo, innalzando un canto corale la cui struttura e melodia complessiva si scorge solo a posteriori.
E infatti ciò che preme sottolineare in questa sede non è tanto o non è solo l’aspetto musicale (che chi conosce il genere proposto può immaginare più o meno entro che coordinate si collochi), ma la resa, anzi l’intenzione comunicativa dell’opera (che poi è sempre quello di cui cerchiamo di occuparci su queste pagine): un generoso sforzo teso ad innalzare delle insegne affinché spiriti affini vi si potessero riconoscere e magari sentirsi stimolati ad agire non per imitare ma per muoversi e, così facendo, essere. Non si parla di mero gregariato (tipico degli ambienti musicali, siano essi mainstream o underground), ma di partecipazione di uno stesso Pensiero, di uno stesso Spirito. Quello della risonanza di sensibilità e situazioni non è affatto un fenomeno raro. Chiunque non passi il tempo a (per dirla con Risè) guardarsi l’ombelico ma ogni tanto alzi la testa per scrutare il mondo, sa bene che esiste una rete di connessione fa gli individui, e che situazioni simili si propongono e ripropongono sia in senso spaziale sia temporale. Lo sa bene l’industria della comunicazione che impone un’interferenza continua capace disturbare questa connessione producendo un rumor bianco che copre qualsiasi buona vibrazione. Provate a pensare a quante volte, in una giornata, siete distratti dalla radio di un negozio, dalla musica di un centro commerciale, da notizie deprimenti, da erotismo stereotipato (messa così viene in mente il film di Carpenter “Essi vivono”). Magari in quel momento stavate pensando a qualcosa di importante, magari stavate intuendo qualcosa, pensando a dei versi da scrivere, poi arriva l’uomo di Porlock di cui parlava Pessoa (link) qui rappresentato dal rumor bianco di cui sopra e…PUF! Tutto perso.
E’ il Grande Impersonale che impone il proprio paradigma. Che ci sia una intenzione progettuale o che si tratti della risultante di semplici meccaniche (la tendenza all’entropia dei sistemi), questa non è la sede per affrontare la questione. Ma che la dinamica sia in atto spingendo l’uomo non verso l’abisso ma verso il Nulla è evidente. Ne siano certificazione l’elevato grado di infelicità generale, l’aumento del consumo di psicofarmaci, l’incremento esponenziale, negli ultimi anni, del numero di soggetti in terapia e infine, non me ne vogliano i materialisti, la crisi delle vocazioni dove per “vocazione” non si intende tanto o non si intende solo quella religiosa, ma anche quella alla ricerca, alla spiritualità, alla Pensiero, al Bello. Un materialismo disperato e nichilista fatto di pulsioni animalizzate aleggia nell’etere, oggi. Si pensi solo al fatto che negli ultimi quattro anni, tra restrizioni, lockdown, censure, divisioni manichee degli schieramenti, processi alle opinioni ed al pensiero,  sono state distrutte tutte o quasi tutte le eggregore “buone” lasciando ai singoli una condizione monadica non intelligente e non autosufficiente. 

5. Suggestione Vs predica.

A proposito di questo Grande Impersonale, possiamo osservare come lo spettacolo mainstream tenda a possedere il fruitore, spesso anche per ragioni intenzionali e manipolative portandolo verso tutto ciò che è frivolo ed effimero, destinato a non lasciare alcun segno. Questo crea dei vuoti che, vacanti, finiscono con il riempirsi quasi sempre di schifezze che girano nelle cloache della psiche (ne abbiamo parlato nel fin troppo lungo articolo su True detective). Chiunque lavori nel settore educativo sa quanti e quali scempi possano produrre certe canzoni, certe serie televisive certi videogiochi nella mente dei soggetti più fragili e/o in età dello sviluppo, smentendo coi fatti il vecchio adagio per cui “le canzoni non mi cambiano”. Sì, vallo a dire ai ragazzini che si sparano addosso per emulare i gangsta rapper!
L
‘intenzione pura dell’artista è sempre quella di lanciare un segnale, a meno di non essere un operatore di qualche catena di produzione (ovvero terminale di facciata di una macchina economica e propagandistica).  A questo punto, però, l’artista si trova davanti a un bivio: predicare o suggerire. Aiutare il fruitore, a in-vocare o ad e-vocare. Se l’intenzione non è propagandistica, l’artista ispirato è il medium attraverso il quale l’archetipo ha modo di manifestarsi attraverso l’opera permettendo al fruitore di specchiarvisi.
Ed è secondo questa prospettiva che i lavori degli S.E.W. vanno interpretati: l’intento sciamanico di non darti risposte con le proprie immagini, musica, testi, ma di suggerire, aiutarti a porti in modo corretto la tua domanda e perseguire la tua risposta agendo sulla realtà.
Quando si lavora con un certo tipo di materiale che oscilla tra psicologia, esoterismo, ermetismo e via discorrendo, la tentazione di offrire il proprio punto di vista distrugge anche le intenzioni più nobili.

6. Divulgazione ermetica (?), una contraddizione in termini alimentata da editoria e web.

Sono troppe le pubblicazioni provenienti dai lavori di certe logge massoniche o di certi “divulgatori” dell’ermetismo che prendono un simbolo, uno scritto criptico o un concetto, e lo sviscerano come se stessero facendo una lezione di anatomia. Il risultato che ne deriva è qualcosa di più povero di una lezioncina di storia dell’arte in una classe di “bambini speciali”, perché un simbolo, una volta “spiegato”, diventa una cosa inerte, scarica. Un simbolo va sentito. Io e te possiamo guardare lo stesso simbolo, percepirne la potenza ma ritrovarci su piani molto diversi, magari anche contrapposti.
È questo il potere dei simboli.
Da quando certi autori hanno iniziato a rimbalzare sulle labbra di troppe persone prima con la new age, poi con una cultura pop alimentata anche dai “maestri” di youtube, c’è stato un florilegio di testi che citano testi che citano testi per “spiegare il simbolo”. Con l’avvento dei social questa cosa ha raggiunto una dimensione tale che, chi è realmente in cerca di qualcosa, farebbe meglio a tacere e vivere in silenzio questo suo interesse, pena la contaminazione, lo spegnimento di certi canali, meccanismo non dissimile dall’apatia sessuale indotta dal porno.
E’ anche per questo che i lavori degli Spite Extreme Wing risultano così suggestivi e così trascinanti: l’ascoltatore è parte attiva e non passiva nell’ascolto, si rispecchia in certe parole e l’effetto è decisamente terapeutico. A proposito della parola “terapeutico”, viene in mente un volantino promozionale, non ricordo se di “Kosmokrator”, o di “VLTRA”,  che recitava qualcosa come “one hour of anti-depressive black metal”, una bella frecciatina a chi di dovere.

7. Oggi.

Vent’anni dopo l’uscita di “NON DVCOR DVCO” e sedici dopo “VLTRA”, a sorpresa (almeno per chi scrive), esce la ristampa dell’opera omnia della band.
I quattro album del gruppo vengono riproposti, grazie ad una collaborazione tra Dusktone e Avantgarde music, in (ri)edizioni leggermente rimaneggiate per renderle il più coerenti possibile con le intenzioni di Daniele Orzati in arte Argento (ma qui mi fermo rimandando al link e alle sue parole).

Non so se sia ancora disponibile ma per quel che mi riguarda, avendo già la collezione su CD, ho optato per la scatola dei vinili ricavandone un’esperienza sensoriale superiore alle aspettative: il bombardamento cromatico della copertina di VLTRA è stato un piacevolissimo shock che ha reso giustizia al quadro che riproduce, già apprezzato ai tempi del CD. L’altra sorpresa è stata la copertina di “NON DVCOR DVCO”, sostituita in questa edizione da un quadro dell’Evola dadaista (un bel colpaccio, direi). Ad arricchire il tutto, un libercolo sui rapporti tra gli scritti di Evola e la musica estrema in collaborazione col vicesegretario della fondazione Evoliana, che offre una riflessione che chiude il cerchio aperto nel 2004.

La forma in cui questa pregiata collezione si presenta è di una eleganza e di una bellezza rare anche per il metal estremo (che comunque di solito va a nozze con artwork accattivanti e confezioni da collezionisti perché il discorso artistico non si limita mai alla sola proposta musicale, altrimenti omologa a cento consimili), e si arricchisce qua e là di qualche nuovo accorgimento come il ricavare un simbolo e un motto per ogni disco, quasi questi segnassero i gradi di un’Iniziazione.

Sono contento di aver potuto recuperare questo prestigioso cofanetto di vinili ma ancora più lo sono del fatto che forse qualche giovane potrà attingere a questa fonte e, se predisposto, riconoscersi in testi che mi portarono ai tempo a definire gli S.E.W. “Battiato con la mitragliatrice”.
Guardando le realtà scolastiche odierne, i ragazzi che ascoltano o sono sensibili al metal sono tornati ad essere pochi dopo l’ubriacatura di un po’ di tempo fa. Tra quei pochi ci sarà sicuramente qualcuno recettivo a un certo tipo di messaggio. E magari questi “pochi fra i pochi” potranno “contagiare” altri ragazzi.

Come diceva nei primi anni Duemila un maestro di arti marziali di mia conoscenza: “ragazzi, portate in palestra i vostri amici: dobbiamo strappare più giovani che possiamo al calcio!”.
Oggi, nel nostro contesto, potremmo dire: “dobbiamo strappare più giovani possibile alla trap e allo scempio della cultura di massa!”

“NEL DESERTO L’ASCETA RITROVA IL DIO
PER L’UOMO VUOTO VI E’ SOL NOTTE

(Spite Extreme Wing- Il Tempio Ad Est)

 

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