Eroi di carta e storytelling: Saviano e Vannacci, Grillo e Salis.

Lombroso, parla ora o taci per sempre

Correva l’anno 2006 quando il funesto cipiglio (patibolare ed accusatorio al contempo) di Roberto Saviano cominciava ad imporre la sua luce ottusa e iettatrice sulle pagine dei giornali, oltre che nei più noti salotti televisivi, forte di un (brutto) libro che si limitava a trascrivere gli articoli del Mattino di Napoli senza fare un nome che non fosse già in stato fatto da tempo, ma riuscendo comunque a passare per martire della libertà di informazione.

Erano gli stessi anni in cui la casa editrice Chiarelettere (cui va la palma della più brutta serie ininterrotta di copertine nella storia dell’editoria) soffiava sulle braci del malcontento popolare percorrendo la via tracciata da un giornalista esperto di diritto, Marco Travaglio, che scriveva lo stesso libro, anzi lo stesso articolo, da quindici anni convogliando il malanimo del ceto medio  semi-colto più che il malcontento popolare verso un solo uomo, Silvio Berlusconi, sparito il quale lil nostro paese sarebbe diventato qualcosa di simile al paradiso dei testimoni di Geova.

Erano gli anni in cui un certo Beppe Grillo (condannato anni prima per un omicidio colposo che puzzava di agio, benessere e sconsiderato uso dell’auto di papà) indossava le vesti dimesse del Savonarola postmoderno titillando con la sua lingua biforcuta l’indignazione della masse per alimentarne i bagnati sogni rivoluzionari con modalità simili a quelle dei suoi “cuginetti”: Popolo Viola, Indignados, Girotondini, movimento “se non ora quando” e altre realtà che di lì a poco avrebbero mostrato la corda offrendo a chi vi aderiva la possibilità di una catarsi che non andava oltre il pacifico sfogo collettivo in piazza con tanto di concerto, birra e grigliata. O magliette per i più audaci rivoluzionari.
Erano gli anni in cui i giornali cominciavano a parlare sempre con più chiarezza di “crisi economica” (di lì a poco si sarebbe scritto “la Crisi” con la maiuscola e l’articolo determinativo trasformandola in un male innominabile ed ineluttabile tipo Il Nulla del romanzo “La Storia Infinita”) presentandola come risultante dell’edonismo delle generazioni precedenti e non invece di politiche scellerate, facendo leva su un senso di colpa che trova terreno fertile nella forma mentis dei paesi a matrice cattolica. Lo stesso senso di colpa su cui faceva leva Saviano accusando i suoi detrattori o coloro che erano indifferenti alla sua opera (dove per opera intendiamo non tanto il libro quanto la pervasiva campagna mediatico-agiografica di quegli anni, vedi immagine a lato), di essere connivente con il crimine organizzato perché “l’indifferenza è complicità”.
Parlare male di lui, dubitare del valore della sua opera non solo sul piano letterario ma anche (e soprattutto) su quello della credibilità di certe dichiarazioni melodrammatiche e vittimistiche comportava il biasimo e l’ostracismo. Come se la sua opera fosse stata scrittura rivelata.
Poi accadde qualcosa: Saviano continuò a soffrire di Camorrite (ficcava la parola “Camorra” ovunque, forse pure nel Padre Nostro, e fu anche padrino di una serie televisiva di successo che dal suo libro traeva il titolo), ma si allargò parlando di politica (interna ed internazionale) e cominciammo tutti a pensare che di lì a poco si sarebbe candidato. Non accadde mai, ma il suo ruolo di opinion leader, oggi diremmo “influencer”, apparentemente apartitico ma fattualmente capace di indirizzare la sensibilità collettiva verso uno specifico schieramento, fece la differenza in un’Italia (anzi, in un Occidente) che vuole una narrazione semplicistica divisa tra buoni e cattivi come in un fumetto (non a caso oggi esiste tutto un filone editoriale di fumetti fortemente politicizzati la cui cifra riconoscibile è una forte inchiostratura che ne accentua la Torquemadesca cupezza).
Nel frattempo Grillo, insieme alla sua eminenza grigia Gianroberto Casaleggio, percorse l’altra strada, quella dell’attività politica in senso stretto: la fondazione del Movimento 5 Stelle, dalle istanze nebulose ma suscettibili di eccitare la fantasia dei più semplici: ecologia, economia sostenibile, digitalizzazione delle infrastrutture e disponibilità della Rete per tutti vista come strumento di emancipazione (ma noi della Rete preferiamo l’interpretazione, decisamente più ancorata alla realtà, che ne dà Byung Chul Han nelle sue due opere “Nello sciame” e “Psicopolitica”).

Teste di casco

Un programma che prometteva tutto e niente, al massimo faceva il gioco del potere instillando nei simpatizzanti idee bislacche che sulla lunga distanza avrebbero alimentato non il superamento di istituzioni vetuste ma la l’idolatria delle stesse istituzioni innovate nella forma ma non nella sostanza e rese più pervasive ed ineluttabili “grazie” all’implementazione informatica. Una bolla di sapone la cui unica peculiarità era stata la scarsa formazione politica dei suoi rappresentanti (vedi foto con caso e sorrisi ebeti). Entrambi i personaggi, in modo diverso, facevano politica, ed entrambi i personaggi erano percepiti dalla stragrande maggioranza della popolazione, con particolare riferimento all’arrogante ceto medio semicolto, come degli eroi che “dicono le cose come stanno” o che “fanno la differenza”. Tutti e due hanno sul lungo periodo dimostrato di essere perfettamente integrati nel sistema se non addirittura organici allo stesso, e tutto hanno fatto fuor che la famosa differenza. E come poteva essere altrimenti? Saviano contrapponeva manicheisticamente le istituzioni alla camorra, come se il male risiedesse solo in quest’ultima e non esistessero poteri conniventi, magistrati corrotti, trattative stato-mafia e forme arbitrarie dell’uso coercitivo della forza da parte delle istituzioni. Grillo volava ancora più alto nell’euforia isteroide promettendo addirittura la rivoluzione, con regolari elezioni e nel rispetto della legalità, quindi sostanzialmente facendo la stessa cosa di Saviano perché entrambi si eccitavano ed eccitavano lettori e spettatori con una idealizzazione supereroistica di forze dell’ordine e magistratura.

E’ quello che ci ha venduto i cocomeri sulla statale?

Del resto, se avevamo già avuto un partito populista fondato da un magistrato-star, quell’Antonio di Pietro visto da molti italiani come una specie di Clark Kent non molti anni prima, perché non continuare sul filone legalitario per cui l’ultima parola ce l’ha il magistrato? Tanto non conta più il valore intrinseco di un uomo ma ciò che suscita nelle fantasie degli italiani fino al voto!

Fu possibile, sulla base di questo primato della proiezione immaginifica, definire il vivente Saviano come “martire della lotta alla camorra” mettendolo sullo stesso piano di un Giovanni Falcone o di un Paolo Borsellino che combattendo la mafia ci hanno rimesso la pelle (dimostrando peraltro che quando sei nel mirino del crimine organizzato, difficilmente quello si trattiene dal farti fuori, non c’è scorta che tenga anzi: la scorta salta in aria con te, checché ne dicessero i giornalisti del gruppo “L’Espresso” che facevano passare il brutto scribacchino campano per un uomo in pericolo). C’è chi ha paragonato il suo scrivere (perfettamente in linea con tutti i poteri) con quello di Pier Paolo Pasolini, che invece era controverso ed osteggiato da molti, oltre a godere di una prosa che Saviano non saprebbe nemmeno interpretare senza ricorrere ogni secondo minuto al dizionario della lingua italiana. E così fu pure possibile far passare per “eroe antisistema” uno come Grillo che era perennemente sotto i riflettori e muoveva una macchina economica mostruosa.
Nel frattempo sono passati gli anni, è morto Berlusconi e del Paradiso dei testimoni di Geova non c’è traccia in Italia, forse (forse eh!) Travaglio e Soci erano stati un pelo ottimisti, mentre il numero di personaggi che a vario titolo hanno lambito o cavalcato la politica partendo da esperienze di tutt’altro tipo (la pubblicazione di un libro, successi sportivi, l’essere stati protagonisti di un caso di cronaca, l’essersi distinti come persone di spettacolo ecc), non si calcola. Citarli uno per uno non avrebbe senso. Siamo contenti, comunque, non si siano (ancora) candidati Figliuolo, Fedez, Ferragni, J Ax, Valentina Nappi, Lucarelli (Selvaggia, quella che insieme col compagno ha cagionato, quantunque indirettamente, il suicidio di una povera imprenditrice che aveva inventato un escamotage farlocco per promuovere la propria attività, [link])…
Nessuno ha lasciato il segno e di nessuno ci viene in mente il nome, ma nell’ultimo anno, forse per qualche congiuntura astrale particolare, la storia sta riproponendo il format editoriale collaudato con Saviano e Grillo e due sono i nomi che saltano all’occhio replicando lo storytelling messianico-politico e “giustizialista”: da una parte il Generale Vannacci, la cui sortita nel dibattito pubblico ricorda per più aspetti quella di Saviano, dall’altro Ilaria Salis, “eroina del popolo” disposta a travalicare i patrii confini pur di combattere il Male Assoluto.
Il fenomeno mediatico di Vannacci segue lo stesso canovaccio di quello di Saviano: un instant book d’effetto, una grande attenzione mediatica, un pubblico manicheisticamente spaccato, una progressiva attenzione dei media e la cooptazione finale (non prettamente partitica in Saviano, laddove Vannacci si è candidato con un partito). Avevamo previsto l’accesso alla politica da parte del personaggio non appena ci siamo accorti di quanto frastuono fosse stato fatto intorno al suo libro (dall’estate scorsa i giornali lo hanno nominato di continuo), e lo abbiamo liquidato allo stesso modo in cui liquidiamo il Gabibbo. Non ci stupirebbe si candidasse pure il noto pupazzo per ripicca contro quel generale che vuole soffiargli il posto nel cuore degli italiani.
Attenzione: non riteniamo banale la vicenda in sé: la levata di scudi contro Vannacci è indicativa di come funzionino le cose in termini di gogne, manganellate mediatiche, scomuniche e chi più ne ha più ne metta, e insegna al popolino cosa sia lecito e cosa non sia lecito dire, pena la scomunica e la persecuzione mediatica.
Ma non riusciamo a non vederlo come poco più che un influencer perfettamente integrato al sistema che dice di voler riformare se non addirittura sua diretta emanazione (consapevole o meno che lo sia).

Brand new Gabibbo

In quella che Debord chiama “società dello spettacolo”, questa specifica commedia ha una sceneggiatura che sa di già visto.
E cosa dire di Ilaria Salis, l’eroina che va fino in Ungheria per combattere le forze del male e in un solo evento giudiziario si presenta come eroina antinazista suscettibile di mettere in imbarazzo pure quel cattivone di Orban?
Così come Vannacci ha indicato con il suo esempio contro chi non sia il caso di mettersi, la Salis ha dal canto suo dimostrato che esistono nemici che legittimano l’uso della violenza facendone ottenere anche l’approvazione popolare e le coccole istituzionali.

Come Vladimir Luxuria, Ilaria Salis deve la sua fama alla spranga

Una vicenda squallida con un messaggio politico ed educativo vergognoso.
In una società in cui le ideologie sono state azzerate e sostituite (nemmeno dalla morale, ma) dai moralismi più disparati ed arbitrari, restano a fare le veci degli eroi non più individui che incarnino degli ideali, ma semplicemente i personaggi “più in vista”, del tutto innocui ed integrati al sistema che conferisce loro i crismi della politica per offrirli a un elettorato attivo inconsapevole e boccalone (qualcuno si ricorda per caso cosa dicesse Vladimir Luxuria? Eppure sapete tutti quale fossero le sue peculiarità anatomiche!).
Siamo abbastanza vecchi per non farci abbindolare da simili pagliacciate e possiamo al limite osservare asetticamente questo fenomeno. Critichiamo a Vannacci (o al suo manager) il non aver avuto la lungimiranza del furbo Saviano che si è ben guardato dal candidarsi ricavandone longevità e credibilità agli occhi del pubblico laddove il Generale si è buttato nel tritacarne della politica dove se non sei preparato “qualunque cosa dici potrà essere usata contro di te” dagli squadristi di TV e giornali oltre che dalla psicopolizia dei social. Ne sia esempio la bufera per la sua dichiarazione sui disabili, decontestualizzata e demonizzata ben oltre il lecito, dal momento che il suo messaggio era di ben altro tenore rispetto a quello che è stato fatto passare dai media. E chi lavora nei servizi scolastici in sostegno alla disabilità, in uno stato di abbandono e carenze di strutture adeguate a sostenere i casi più gravi, lo sa bene: nascondendosi dietro il dito della cosiddetta “inclusione sociale” l’ente pubblico demanda il compito della gestione dell’handicap a istituzioni inadeguate e cooperative che tirano al risparmio creando situazioni insostenibili per docenti, studenti e soprattutto operatori privi di strumenti validi. Ne fanno le spese tutti, ma soprattutto il disabile stesso che vive una situazione di estrema frustrazione quotidiana. Gli incidenti che ne derivano, all’ordine del giorno, non raggiungono neppure la giusta visibilità, persino i quotidiani locali non li menzionano. Ma ovviamente in politica, per demolire l’avversario, si travisa il suo messaggio e glielo si ritorce contro. E così Vannacci passa per sostenitore dell’eugenetica e della ghettizzazione del diverso.
L’opportunismo della Salis probabilmente si rivelerà vincente perché in fondo lei ha sì esercitato violenza, ma contro il Male Assoluto, e di questi tempi quel tipo di rumoroso attivismo garantisce una vidimazione di primo livello, visto che non ha fatto altro che usufruire dei suoi personali “due minuti di odio” in accordo con le istituzioni che di fatto sembrano voler far passare i suoi colpi di spranga per delle marachelle a fin di bene. Poco più che gesti esuberanti di quello scolaretto più sveglio degli altri che non si cura della forma per arrivare alla sostanza. Deprimente e pericoloso a dir poco.
Dal canto nostro guardiamo con sfavore entrambi i personaggi perché riconosciamo in essi il paradigma populista in un caso, la violenza nell’altro e ci rattrista vedere quanta gente caschi ancora nel raggiro insito nel format Grillino-Savianesco.
Ci auguriamo che lo stesso disilluso scetticismo sia presente nel maggior numero di persone.

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