Voltaire e il tasto destro: social network, sepolcri imbiancati e l’odio qwerty.


I. Dalle medie alla Rete: la lunga strada verso il nulla.
Quando andavamo alle medie avevamo compagne di classe che amavano scrivere sul diario delle loro amiche (o dei ragazzi per cui avevano una cotta) citazioni di cui non conoscevano gli autori, non di rado arricchendole con disegni, ritagli, adesivi, integrazioni cartacee di vario tipo.
Le imitavamo ma, quando lo facevamo noi maschietti, di solito scrivevamo barzellette sporche, massime da spogliatoio o volgarità uscite dalla bocca di qualche vecchietto avvinazzato mentre compravamo le caramelle gommose a cinquanta lire il pezzo nel bar di fronte alla scuola. Gli ornamenti erano ritagli della sezione “intimo” del Postalmarket, oppure di giornali come Panorama o L’espresso, che a fine anni ottanta elargivano foto di nudo come e più di Playboy (Bastava dire che erano d’autore e nessun editore poneva il veto).guarda che meraviglia 'sto ''panorama'' - il settimanale, fondato nel 1962, impose un nuovo... - Media e Tv
Alcuni diari, a fine anno, parevano sgangherati guestbook da ostello della gioventù più che strumenti scolastici propriamente detti: disordinati, doppi nel volume per i troppi inserti, spaventosamente colorati. Alle superiori sparirono i disegni (perlomeno i più grossolani), subentrarono il male di vivere, la musica, e il cinema più o meno d’autore. Aumentarono cultura ed esperienza di ragazzi e ragazze: le citazioni, così, iniziavano a menzionare spesso la fonte ma, per la drammatica mancanza di selettività connaturata nell’età adolescenziale, poteva capitare che una frase di Novalis facesse tranquillamente compagnia ad un testo di Jim Morrison, o un profondissimo testo dei Take That figurasse sulla stessa pagina in cui un altro compagno aveva citato un disilluso brano di Giorgio Gaber in un totale livellamento delle gerarchie di pensiero da cui però a volte poteva scaturire qualcosa di buono.
Scavallammo il millennio e ci ritrovammo tutti imbrigliati nella Rete con particolare riferimento ai social. Fu così che il patrimonio citazionistico tipico dell’adolescenza, quello cioè che mette sullo stesso piano Seneca e Fabio Volo, Baudelaire e Fedez, venne percepito dai più come una sorta di bacino sempre ed eternamente disponibile cui attingere a piene mani per dare lustro ai propri scritti o alla propria pagina personale (oggi “profilo social”), certificando così che il mondo sorto dalle ceneri delle Torri Gemelle, quello della globalizzazione e del consumismo spinto per intenderci, era costituito in prevalenza (per dirla con Massimo Ammaniti) da adolescenti senza tempo (testo assai consigliato).Adolescenti senza tempo
Certe citazioni di autori anche di rango, decontestualizzate e trasformate in slogan, perdevano molta della loro forza espressiva e, conseguentemente, del proprio senso, ma anche del proprio appeal agli occhi di chi ancora pensava, finendo per risultare odiose a chi aveva ancora l’umiltà e il buon gusto di saper distinguere la cultura dal mero flusso di informazioni. Anche perché spesso questo approccio alla comunicazione è suscettibile di portare al fraintendimento delle affermazioni stesse e, conseguentemente, degli autori. Nietzsche, Baudelaire, Rino Gaetano, Pier Paolo Pasolini, Evola, Frida Kahlo, Giorgio Gaber, Fabrizio de Andrè, Voltaire, Jung e chi più ne ha: un frullato di banalità flessibili
e manipolabili (quando decontestualizzate) che viene quotidianamente versato nei crani di chiunque si colleghi alla Rete e finisce per farti odiare gli autori stessi, che magari un tempo amavi. Scambiare un filosofo per un trainer motivazionale o un life coach, o menzionare Oswald Spengler pensandolo uno dei Ghostbusters e utilizzare frasi altrui come cosmetici dell’ego è oramai la nuova normalità. 

II. Il tasto destro prima del tasto destro: il caso Voltaire.
Una delle frasi che più spesso viene citata (soprattutto da chi si ritiene “dalla parte dei buoni” o perlomeno vi si proietta nel proprio mondo virtuale ma poi è pronto a scannare il vicino di casa per divergenze ideologiche) è quella che nel 1906 la scrittrice Evelyn Beatrice Hall, nel suo libro “Voltaire and His friends”, attribuì all’illuminista francese citato nel titolo  dell’opera. Un aforisma che oggi abitualmente riconosciamo come parto della mente dell’autore del “Candido”.
La frase in questione, tradotta e citata in giro per tutto il globo terracqueo (o meglio:  in tutto l’Occidente, ma per la maggior parte degli occidentali fa lo stesso), può tradursi così:Io combatto la tua idea, che è diversa dalla mia, ma sono pronto a battermi fino al prezzo della mia vita perché tu, la tua idea, possa esprimerla liberamente”.
Ripeté la citazione in un libro successivo (1919) ma più tardi, in una lettera del 19 Maggio del 1939 e ri-pubblicata poi nel 1943 sulla rivista “Modern language notes”, l’autrice si scusava per aver diffuso l’erronea convinzione che quelle parole fossero di Voltaire: erano in realtà parole della scrittrice stessa.
Riteniamo superfluo questo “scoop” trovato in rete e vergato con una certa spocchia dal suo autore perché, indipendentemente da chi ne abbia paternità, la frase è perfettamente in linea col pensiero di un uomo affiliato alla Libera Muratoria in un’epoca nella quale il percorso filosofico (e spirituale per chi lo voleva) ad essa sotteso prevaleva ancora sull’istituzione, un uomo che aveva assaporato l’amarezza dell’esilio e conosceva molto bene il significato dell’essere stigmatizzato per aver espresso un’idea.
Ai tempi di Voltaire erano infatti in corso quelle rivoluzioni del pensiero che stavano liquidando ed archiviando un sistema il quale, pur funzionante in origine, era arrivato all’alba della modernità corrotto e distante dai presupposti delle proprie radici: la nobiltà (e il potere che ne consegue) guadagnata sul campo di battaglia e non semplicemente ereditata. Il gigante morente, dibattendosi, non mancò di menare fendenti a destra e a manca in forma di censure, indici dei libri proibiti, tematiche tabù, stigmi, scomuniche, persecuzioni, esili ed esecuzioni. Si trattava di un mondo che, per sopravvivere, sopprimeva le idee nuove (o ritenute nuove) per mantenere lo status quo. O almeno questa è la mitologia che ci è stata consegnata da chi ha vinto quella stagione di lotta prima di tutto culturale che, in quanto culturale, ha ridefinito la realtà e di conseguenza la nostra percezione di essa.
Prendendo in questa sede per buona, non essendo storiografi, la narrazione dominante sulla nascita del Mondo Moderno, riteniamo la frase compatibile col vissuto di chi in quel periodo ha versato lacrime e sudore e quindi non vediamo necessario indagarne la paternità. Farlo sarebbe solo un gioco da topo di biblioteca, o da filologo per esser più gentili, che di certo non cambierà il destino del mondo e non interessa i nostri studi.
Vi è però da aggiungere, per non commettere l’errore di esaltare l’altruismo insito nel significato letterale di quelle parole, che un simile discorso, prima che slancio verso l’altro è, in un contesto storico simile a quello delineato, presupposto per la sopravvivenza anche della “propria” idea quando non addirittura della propria persona. Ne intravediamo dunque una componente, se non egoistica, perlomeno molto conveniente.
Diplomaticamente conveniente per non dire ruffiana: non faccio agli altri ciò che non vorrei fosse fatto a me, o faccio per gli altri ciò che io vorrei si facesse per me, principalmente perché mi aspetto che anche gli altri righino dritto. Per imitazione, obbligo morale o, meglio ancora, obbligo normativo. E sappiamo bene quanto siamo autoindulgenti quando si tratta di applicare una regola su noi stessi: almeno tanto quanto siamo spietati nell’imporla al nostro prossimo. Se in questo momento vi stanno fischiando le orecchie o se semplicemente riconoscete la logica di questo (peraltro banale) discorso, vuol dire che non siete ancora totalmente convinti di essere sempre e solo dalla parte della ragione e c’è ancora speranza.

III. E’ vero che sono pronto a morire perché tu possa esprimere la tua idea, ma all’atto pratico ritengo più opportuno uccidere te. Anche se non ci conosciamo e non mi hai mai fatto niente.
Siffatti discorsi sono inoltre suscettibili di trasformarsi nel proprio contrario degenerando in tirannide, come ha dimostrato oltre ogni possibile confutazione la Rivoluzione Francese (per tacer dell’oggi), che di idee illuministe era imbevuta ma si caratterizzò per una prassi cruenta che culminò nel Terrore.
Questo perché la stessa convinzione di portare avanti un discorso tanto “messianico” automaticamente fa sparire per logica interna la sopravvivenza del dissenso, e la convinzione di portare avanti un discorso virtuoso mette fuori dalla porta ogni forma di autocritica. L’evoluzione di quasi tutti i movimenti che, partendo dal socialismo, hanno portato a modelli di stato più o meno dittatoriali è in tal senso esplicativa. Chi pronuncia una frase del genere può correre il rischio di sentirsi legittimato a derogare “a fin di bene” alla stessa regola che esprime. E viene da dire che nei tempi attuali, in cui possiamo vederla corredare le fotografie affisse sulle pareti delle librerie Feltrinelli (a tal proposito leggete questo, questo, e questo link) oltre che sulle pagine social dei benpensanti più benpensanti, è esattamente quello che sta accadendo con la dittatura del politically correct, che impone forme di autocensura impensabili anche ai tempi di Voltaire. Succede anche che la suddetta dittatura occulta del ben parlare autorizzi il cittadino comune, tacitamente o esplicitamente, alle peggiori forme di violenzaverbali e non solo, non di rado premiandole (link). Così non è affatto difficile vedere qualcuno che invoca la morte su un vecchietto per le sue idee politiche, o su una famiglia che non ha voluto sottoporsi alla campagna vaccinazione di massa del 2021, o gioire guardando il filmato di Dugin che assiste alla morte della figlia, tenendo le mani nei capelli, dopo un attacco, perpetrato con modalità terroristiche dai Servizi ucraini con la benedizione del democratico Occidente che ritiene evidentemente gli intellettuali dei bersagli legittimi(link).
Basta accedere alla Rete o assistere a un talk show con Vespa, Lerner o Mentana per assistere al fenomeno di cui parliamo.
I Famosi due minuti d’odio declinati in chiave prevalentemente qwerty, dello spessore di un meme, vissuti con la stessa profondità di un TVB preadolescenziale.

IV. Relativismi, arcobaleni e paradossi: quando la pedofilia stringe la mano all’ecumenismo e si fa proteggere dall’inquisizione laica.
Vi è un’altra riflessione da fare in merito a questo discorso apparentemente limpido: se devo battermi per difendere “la tua idea che è diversa dalla mia”, devo spingermi fino al punto di appoggiare idee folli, deliranti quando non programmaticamente malvagie? Sarebbe difficile accettare di battersi per le idee di un satanista (risparmiateci le eccezioni sulle tante correnti filosofiche o pratiche del satanismo ed atteniamoci al senso più generico, fermo restando che l’esistenza di correnti positive all’interno di esso è tutta da dimostrare), di un teorico dell’abbassamento dell’età del consenso in materia di rapporti sessuali (qualche anno fa esisteva in Olanda il partito pedofilo), di un sostenitore dello stato di polizia che vuole ridurre le libertà individuali (evitiamo gli esempi perché ci leggono pure i moderatori di Facebook che decidono cosa possiamo e non possiamo dire), di un artista che, per inclinazione personale o per ideologia, decide di diffondere con le proprie opere immagini venefiche per la psiche. C’è chi queste cose le teorizza e ne fa prassi attiva e militante e, avallarle seguendo l’imperativo morale contenuto nel discorso attribuito a Voltaire significherebbe di fatto promuovere uno stato debole ed incapace di gestire le dinamiche sociali che all’interno di esso hanno luogo e che, lasciate libere, porterebbero a inquietanti forme di Darwinismo sociale e caos non dissimili dalla guerra di tutti contro tutti di Hobbesiana memoria.
A osservare il modo in cui si promuovono e diffondono gli scritti di una mente disturbata come Mario Mieli che parlava esplicitamente di pedofilia (ink), o si fa ancora riferimento a personaggi come John Money(link) o Kinsey (link)  viene da dire che le cose stiano andando esattamente così.

V. Pound e Pasolini: il prezzo di agire da uomini liberi.
Per uscire da questi paradossi (ed altri eventuali) possiamo immaginare uno scenario diverso da quello per così dire “ecumenico” spostandoci in un ambito non più egalitario e riconoscendo a determinati tipi d’uomo caratteristiche suscettibili di differenziarli dalla media.
Mettiamo il discorso sulle labbra di un (libero) pensatore di valore che si rivolge ad un pensatore di pari rango “reo” di vivere all’insegna di una visione del mondo opposta, un po’ come nei duelli fra i cavalieri protagonisti della Chanson de Roland. 

La Chanson de Roland | castlesintheworldO anche, perché no, nel duello finale tra Charles Bronson ed Henry Fonda nel finale del film “C’era una volta il West”. Se il personaggio interpretato da Fonda è un discreto bastardo, è comunque un uomo. “Una razza vecchia”, dirà proprio lui all’inizio dell’epico duello finale dell’opera Leoniana.

C'era una volta il West, il capolavoro di Sergio Leone stasera in tvNon è un discorso per tutti e devi dimostrare di meritarti di C'era una volta il west | Film | CiakClub.itpoterlo pronunciare. Devi essere compiutamente uomo col carico di responsabilità e consapevolezza che ciò comporta.

In questa prospettiva ci torna in mente un aforisma che immaginiamo più o meno coevo di quello in esame ma in questo caso non precisamente collocabile. La frase è del poeta statunitense Ezra Pound e recita “Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le proprie idee, o le sue idee non valgono nulla o è lui che non vale nulla”.

Ezra Pound, perché è il poeta dell'ultra destra? - Focus.itCol suo vissuto Ezra Pound rischiò ben più di “qualcosa” in nome delle proprie idee, pagando il fio di 12 anni e undici mesi di reclusione in un manicomio in cui entrò sano e dal quale uscì infermo.Cultura. La rotta di Ezra Pound nell'oceano della letteratura contemporanea - Barbadillo

È reperibile sulla Rete (a pezzi su Youtube (link), intera sul catalogo di raiplay) una sua intervista raccolta nel 1968 da Pier Paolo Pasolini in cui possiamo vedere cosa resti di un uomo che ha “rischiato qualcosa” e farci un’idea più chiara su certe ipocrisie del potere capace di accanirsi contro un uomo per aver espresso delle simpatie “non convenzionali” e delle idee difformi dal sentire comune. Il sentire comune benedetto dalle democrazie occidentali.
Non solo: la scena richiama il confronto tra i due cavalieri di cui si parlava poco sopra: Pasolini era imbevuto di valori analoghi a quelli di Pound ma proveniva da un’ideologia diametralmente opposta. Chi è stato ad uccidere Pier Paolo Pasolini?Da una parte il simpatizzante fascista in guerra con le banche, dall’altra il comunista omosessuale che sfidò coi suoi scritti le Sette Sorelle, come quell’Enrico Mattei il cui aereo esplose in volo in circostanze mai del tutto chiarite. La cintura nera di Judo e il poeta che imparò la boxe da Ernest Hemingway. Il vecchio e il giovane. Cosa permise questo comune sentire tra due individui tanto diversi? Le idee. Anzi, l’idea.

VI. Di chi è l’idea?
Entrambi gli aforismi presi in considerazione mettono davanti alla parola “idea” un aggettivo possessivo, ma le idee di per sé non sono né “mie” nè “tue”. Le idee, così come intese nei due aforismi, si potrebbero forse meglio definire come ideologie, valori, ovvero come sistemi di credenze cui un uomo può decidere di affiliarsi. Non si parla quindi di idea, concetto che filosoficamente si pone al di sopra ed oltre quello di ideologia (“più in altro e più oltre”, avrebbe detto d’Annunzio).
Nel caso specifico, ciò che accomunava Pound e Pasolini non era la presunta similitudine dei rispettivi ideali tanto invocata dai teorici del “superamento delle vecchie ideologie”, tipico di un certo tipo di retorica buona a gettare le fondamenta di tecnocrazie a venire, quanto il fatto che entrambi tendessero verso un’idea che avevano ereditato dal proprio vissuto squisitamente rurale (Idaho l’uno, Friuli l’altro): l’idea di un modello antropologico libero e retto in una società semplice e giusta. Idea che, a chi davvero aspira a forme di pensiero e di vita libere da vincoli ideologici o sociali, dovrebbe risultare molto familiare. E questa visione è pre-politica, non ha colori perché è presente in ogni uomo in forma di una remota nostalgia che alcuni sanno riconoscere, e da cui si fanno orientare per le proprie condotte, mentre altri la ignorano per tutta la vita. L’idea non è qualcosa che “ci appartiene” ma qualcosa verso cui tendiamo, posto all’infinito oltre l’orizzonte come i fuochi che usiamo per disegnare in prospettiva.
Comprendere di perseguire gli stessi scopi pur muovendo da posizioni apparentemente opposte è un atto di umiltà non facile che consiste nel lasciarsi alle spalle i sistemi di credenze che ci hanno formati negli anni per iniziare finalmente a tendere verso il Vero.
E verso noi stessi, per poi riconoscere noi stessi nell’altro.
Una “iniziazione di fatto” che segna il (vero) passaggio dall’infanzia alla dimensione adulta (o meglio virile) e che oggi è estremamente difficile realizzare, viste le troppe “coperte di linus” ai cui lembi ci abbranchiamo per sentirci manicheisticamente nel giusto.
Il caos che regna in questo mondo profano, diviso in fazioni polarizzate e imbevuto di odio, nasce dal relativismo culturale (e conseguentemente etico) che, poste le idee nel novero delle cose che si possono possedere (legandole così all’ego) e uniformatele in dignità come prodotti sullo scaffale di un supermercato, non ne riconosce il paradigma superiore ma solo la dimensione contingente. E non si vuole nemmeno compiere lo sforzo di entrare nelle logiche dei discorsi filosofici che portano ad esse. Basta l’imperativo che ne scaturisce. I muri eretti tra persone e fazioni ne sono una logica conseguenza compensatoria: inconsciamente si riconosce la debolezza di ciò che si crede propria idea sentendola incompleta. Ne consegue la convinzione non di dover mettere a rischio la propria vita per essa, quanto piuttosto di sentirsi legittimati ad uccidere in suo nome.
Una bassa forma di territorialità.
Il clima di sospetto, censura e soppressione del dissenso che oggi impera e che ha avuto una grande accelerazione dal 2020 trasformando, grazie ai social, la società in un panottico, sembra riportare al tempo in cui agiva Voltaire (con l’implementazione dovuta a un supporto tecnologico inimmaginabile solo dieci anni fa) e nasce da una degenerazione degli ideali nati proprio per superare quella situazione. E’ imbevuto di ipocrisia perché (apparentemente) non si sporca mai di sangue, demandando la violenza o ad agenzie ad essa preposte, o a singoli individui fanatici come quei manganellatori verbali che, dai social network o dai giornali, ogni giorno ci vogliono a tutti i costi uniformare alla loro idea di Giusto e Sbagliato, con toni e minacce degni di un Torquemada.

VII. Livello dell’Essere.
È giusto dunque dire che oggi la frase fittiziamente attribuita a Voltaire sia attuale?
Bisognerebbe prima avere chiaro cosa sia un’idea e renderci conto che questa non è “nostra”.
Sarebbe poi opportuno, anzi vitale, subordinarla ad una domanda preventiva e legittimante, ovvero:
Chi sono io? O meglio ancora: il grado di sviluppo della mia personalità mi rende degno di poterla pronunciare e usarla come una sorta di cosmetico per farmi dare il patentino di cow boy democratico? Osservando le dinamiche sociali in corso nell’epoca della cancel culture, del woke e delle delazioni infami portate avanti proprio da quella mandria zoppicante capace di belare commossa alle parole che la Hall mise in bocca a Voltaire, ci viene da dire che quando leggiamo quelle parole è meglio allontanarsi o alzare la guardia: non c’è individuo più pericoloso di chi si sente emissario del pensiero democratico, i famosi sepolcri imbiancati di cui qualcuno ha già parlato prima di noi.

1 commento

  1. Preludio

    …purtroppo di sepolcri imbiancati e della loro subdola ipocrisia è pieno il mondo.

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