Notizie false e spirale del silenzio: come i media modellano la realtà attraverso l’uso sapiente della menzogna.

FAKE NEWS - fake news, the TV is lying" Art Board Print for Sale by  ArtOfRebellion | RedbubbleL’undici aprile del 1988 debuttava in Italia la legge che, di fatto rivoluzionando le abitudini al volante di milioni di italiani, rendeva obbligatorio l’utilizzo delle cinture di sicurezza per i conducenti di autoveicolo. Pochi mesi dopo la sua entrata in vigore, compariva sui principali giornali della penisola un articolo che metteva sotto i riflettori nazionali la proverbiale creatività napoletana: si riportava in esso infatti una notizia degna di un film di Totò: presso le bancarelle del Rione Sanità e di Forcella era possibile acquistare delle magliette bianche sulle quali era disegnata una fascia nera il cui scopo era confondere i vigili urbani incapaci di distinguere un reale dispositivo di sicurezza dalla sua riproduzione in effige sulla T-Shirt, con ciò permettendo a chi le indossasse di aggirare eventuali sanzioni amministrative.Maglietta Cintura di Sicurezza
Erano state prodotte sia quelle per chi sedeva sul sedile del conducente, sia quelle per il passeggero.
Genio napoletano?
Creatività italiana?
Certamente sì, e pure quella capacità di improvvisazione più volte celebrata dai personaggi di Monicelli nella serie dei film di “amici miei” ma il genio non si era in quella circostanza manifestato nella produzione delle magliette di cui si è poco sopra parlato, stampate nell’esiguo numero di cento esemplari e oggi esposte in musei e collezioni private, quanto nel fatto che notizia, articolo e prototipi erano frutto del semplice esperimento sociale dello psichiatra Claudio Ciaravalo all’interno di una più ampia ricerca sperimentale sulle leggende metropolitane, formula espressiva oggi desueta, ma al tempo assai utilizzata perché identificava un fenomeno interessante e non privo di implicazioni nella più attuale contemporaneità. Si può a buon titolo inserire infatti l’episodio nel novero delle fake news “istituzionali”.
La “bufala campana” non solo dimostrò quanto la popolazione pendesse dalle labbra dei giornali, ma rese esplicito anche un altro fenomeno: le leggende metropolitane, le dicerie, a volte “si incarnano”, ed infatti poche settimane dopo il fortunato esperimento qualcuno cominciò a produrre davvero, proprio a Napoli, i curiosi dispositivi anti-multa in fibra vegetale. In quegli anni si sperimentava molto in questo senso, riproducendo cose già collaudate negli Stati Uniti dal dopoguerra in poi:Indietro tutta! - Cacao meravigliao! - Video - RaiPlay si pensi ad esempio a quanti credettero il Cacao Meravigliao, inventato da Renzo Arbore per la trasmissione “indietro tutta”, esistesse davvero, tanto da andare a cercarlo nei negozi di alimentari. Scopriamo, mentre scriviamo queste righe, che oggi un prodotto con quel nome esiste. Come le magliette di poche righe sopra, il Cacao Meravigliao è uscito dal mondo della fantasia e si è conquistato il proprio posto nel mondo delle tre dimensioni anche se in forma di crema spalmabile ed  impacchettato con un logo differente da quello della fantasia di Arbore. Esistono libri, ancora reperibili nei mercatini dell’usato (su tutti ricordiamo il libello “tutte storie” dello scrittore horror Danilo Arona), che riportano vari esempi di queste notizie false che prima o poi finiscono con periodicità casuale sulle cronache locali come quelle sulle ragazze rapite nei negozi di costumi da bagno e spedite a fare le schiave, quelle sui super topi, quelle intramontabili sul coniuge fedifrago che incontra la moglie, altrettanto insoddisfatta, rispondendo al suo annuncio su una rivista erotica, o la variazione sul tema di quest’ultima in cui una sposa viene svergognata il giorno delle nozze dal promesso sposo che rivela a tutti la sua infedeltà. Storie false che finiscono per essere citate da tutti in quanto accadute a un amico di un amico e non di rado vengono promosse sulla carta stampata in forma di articolo.
Torna alla memoria la falsa notizia secondo la quale, durante un episodio della trasmissione “Piccoli fans” condotta da Sandra Milo, un giovanissimo concorrente avrebbe rivelato a tutta l’audience, con l’ingenuità tipica degli infanti, la relazione extraconiugale della madre con un fantomatico “zio”.
Sandra Milo su Piccoli Fans e la puntata della bambina e lo zio: cosa  successe davvero | CultWeb.itNonostante la storia fosse del tutto fasulla, anch’essa veniva riportata come fatto vero, tanto che già il giorno dopo la presunta trasmissione furono in molti ad asserire o di aver assistito alla scena in diretta, o di conoscere qualcuno che vi aveva assistito. Se ne occupò anche qualche giornale. Deve essere stato incalcolabile il numero di liti e porte sbattute tra i sostenitori della veridicità del fatto e coloro che magari avevano visto la trasmissione per intero non riscontrando l’episodio appena citato. Il tutto per qualcosa che neppure aveva avuto luogo. Ancora una volta il fasullo invade il reale condizionandolo.

Ciò è espressione di quel fenomeno per cui un’informazione, una volta entrata nel sistema-mente, si comporta come un virus impiantandovisi ed opponendo resistenze all’eradicazione vera o falsa che sia. E’ esperienza comune constatare che, come disse Mark Twain, è più facile ingannare un uomo che non dimostrargli di essere stato ingannato. Soprattutto quando il suddetto inganno reca con sé un racconto pittoresco e accattivante. E non necessariamente positivo: molte tragiche mitologie fondanti alla base di rivendicazioni politiche o aspri dibattiti pubblici sono una coperta di Linus ai cui lembi s’abbrancano le più disparate fazioni di ogni conflitto, ed è più accattivante credere di essere circondati da nemici che non accettare il fatto che buona parte dei nostri mali dipendano da noi, o da qualcuno di cui ci fidiamo, sia esso persona o istituzione. Se la notizia fasulla viene diffusa attraverso il passaparola e aumentano i gradi di separazione dalla fonte (testimoniati dalle formule “un amico di un mio amico” o “mio cugino” come nella canzone di Elio (link) ), scattano con estrema facilità due meccanismi che “blindano” la notizia. Il primo consiste nell’autodifesa (sono responsabile di quello che ho detto, dunque lo difendo) o di difesa della fonte (il mio amico che mi ha raccontato la cosa non può aver mentito). Il secondo, forse conseguenza di quello appena citato, consistente nell’autoconvincimento, suggestione e conseguente creazione di un falso ricordo.  Figuriamoci cosa può accadere oggi che lo sviluppo della tecnologia digitale può permettere di realizzare in pochi secondi scenari di guerra, omicidi, stragi ecc. quando la notizia falsa viene dalla stampa, dal web, dalla televisione, rafforzata magari dalla conferma di un’istituzione pubblica: si può ormai “creare la realtà” a proprio piacimento e noi accetteremo fiduciosi l’imbeccata.
Se facciamo un salto oltreoceano, possiamo ricordare l’arcinoto esperimento radiofonico di Orson Welles che mise in scena la cronaca di una presunta invasione aliena nel territorio degli Stati Uniti.La Guerra dei Mondi" di Orson Welles, prima fake news della storia.  Dolcetto o scherzetto? - nemesismagazine.it Un monumentale candid camera che ancora oggi si cita nei libri di sociologia come esperimento su larga scala. Era il trenta ottobre 1938. La cosa interessante è che il dramma radiofonico generò scene isteriche, incidenti stradali di chi cercava di correre ai ripari, panico di massa. Figuriamoci cosa potrebbe accadere oggi che, come detto poco sopra, possiamo creare dei simulacri perfetti attraverso la tecnologia digitale. Qualcosa del genere è già accaduto poco tempo fa, all’indomani dell’inizio delle cosiddette operazioni speciali in Ucraina: in assenza di immagini di repertorio, la Mamma Rai pensò bene di mandare in onda le immagini di un videogioco (link).

Dall’altra parte dello spettro, ovvero dalla parte non delle notizie false o delle simulazioni ma delle omissioni, ci viene incontro una riflessione riportata dallo scrittore inglese Arthur Machen nel lungo racconto intitolato “il terrore” (1917) che di seguito riportiamo: al giorno d’oggi una censura sufficientemente pignola e priva di scrupoli può fare meraviglie nel modo di occultare quello che vuole. Prima della guerra era possibile nutrire opinioni diverse; era fuori discussione che, censore o non censore, il fatto dell’omicidio X o della rapina in banca Y si sarebbe comunque risaputo; se non attraverso la stampa, almeno attraverso le voci e il passaparola. […] Abbiamo coltivato una sorta di reverenza per la carta stampata, e le abbiamo attribuito una tale importanza che l’originaria facoltà di far circolare le notizie a voce si è in qualche modo atrofizzata. Proibisci alla stampa di menzionare l’assassino di Jones, e vedrai che saranno ben poche le persone che ne avranno avuto notizia.

Troviamo un ulteriore spunto di riflessione nella teoria della cosiddetta spirale del silenzio, elaborata dalla sociologa Elisabeth Noel-Neumann, la quale afferma che l’opinione minoritaria (o presunta minoritaria perché in disaccordo con ciò che i media affermano), sarà disincentivata fino a scomparire per un meccanismo di puro e semplice conformismo. Il dissenziente viene ridotto al silenzio.La spirale del silenzio sui social network - Sociologicamente Esperimenti che dimostrano l’esistenza di questo meccanismo psico-sociale se ne sono fatti a bizzeffe e sono praticamente confermativi di quanto teorizzato dalla Neumann.

È reperibile su youtube il filmato di un finto esperimento, in realtà un cortometraggio, che pur essendo semplice narrativa ci aiuta a visualizzare questo meccanismo aiutandoci a tornare con la memoria ai tanti episodi meno estremi ma del tutto analoghi che certamente abbiamo vissuto tutti (link).  In questa sede basti sapere che il soggetto protagonista si ritrova a mentire sulla sua percezione di un colore, soverchiato dal numero di compagni di corso che dicono il contrario di quel che i suoi sensi gli indicano. E alzi la mano chi sarebbe disposto a parlare di black metal o della propria pornostar preferita a un raduno di boy scout, magari agesci, cioè gli scout cattolici (a meno che non si voglia, ovviamente, provocare una reazione, ma si tratterebbe di uno scenario ben preciso con altre regole).

Chiudiamo questa carrellata introduttiva con il segnalare la scelta degli autori dell’Oxford Dictionary di eleggere il neologismo “post-truth”, ovvero “post verità”, come parola dell’anno 2016. La formula espressiva indicava circostanze in cui i fatti obiettivi sono meno influenti nel modellare l’opinione pubblica degli appelli emotivi e delle convinzioni personali.
Ciò che conta, nel mondo della post-verità, non è la realtà dei fatti ma la narrazione.

Inutile dire che i Torquemada dell’antipopulismo, in un periodo in cui le prefiche anti-Trump davano il meglio di sé strappandosi i capelli e battendosi il petto mentre prospettavano scenari apocalittici, ridussero la portata del termine ai soli effetti dell’informazione cosiddetta populista identificandovi gli spauracchi del tempo presenti in quel momento in USA, Italia, e in alcuni paesi del continente eurasiatico, non ultima la Russia. È tipico del mondo dell’informazione travisare un messaggio riducendone la portata al fine di piegarlo e di renderlo funzionale alla propria argomentazione, ed è innegabile questa pratica puzzi di zolfo perché proprio come il male non crea, ma corrompe alterando qualcosa nato con delle caratteristiche proprie.Il ruolo chiave dei media In realtà, come la fortunata formula espressiva di Bauman “società liquida” il senso dell’espressione era molto più ampio tanto della mera denuncia di una parte percepita come nemica, quanto della semplice presa d’atto di un fenomeno culturale: ma quello era solo il periodo pre-elettorale e, come i coniugi in crisi trasformano in arma da lancio ogni suppellettile a portata di mano, così i partiti in concorrenza e i relativi gruppi d’interesse sono disposti a usare qualsiasi argomento, anche quelli teoricamente affini ai propri principi, come piede di porco per scardinare le difese avversarie. Chiusi i ludi cartacei, la parola perse la valenza spregiativa e divenne descrizione di una modalità accettata e ritenuta lecita, quasi il manifesto di un cambio di paradigma frutto non di una evoluzione spontanea ma di un esplicito atto di volontà. Rese di fatto esplicito ciò che prima era sottinteso: noi accettiamo come vero ciò che presenta dei crismi che non hanno nulla a che fare con il riscontro oggettivo, ma con una vidimazione non dissimile dalla timbratura di un biglietto dell’autobus, e l’utilizzo delle tecnologie digitali, sempre più pervasive, è in grado di supportare questo gioco di ombre come se fossimo tutti tornati nella caverna del mito platonico.
Non era nato un nuovo concetto, si era solo resa esplicita una prassi consolidata sdoganandola come costume.
È il nostro tempo, ci dicono.
nel nostro tempo siamo stati inseriti nel mondo dei social network, delle offerte speciali finalizzate a mettere in mano anche ai minori, ed il più presto possibile, uno smartphone, della tecnologia digitale che può farti assistere ad un omicidio o ad un bombardamento mai avvenuti. Se non vi stanno fischiando le orecchie a leggere queste righe, non vuol dire che queste sono le parole di un pazzo visionario, ma solo che il nemico è già in casa. E da un pezzo.
Se a questo aggiungiamo l’esercito di così detti “fact checker”, giudici non titolati (e spesso nemmeno acculturati) facenti riferimento ad enti privati i quali si arrogano il diritto di stabilire quale notizia sia vera e quale no, di fatto creando la realtà secondo gli interessi di chi li paga (enti privati), comprendiamo bene quanto farraginoso sia il terreno su cui ci muoviamo quando indaghiamo le trame del mondo contemporaneo (e anche del passato visto che la Storia si può sempre riscrivere), le dinamiche che lo governano anche se applichiamo i criteri scientifici che duemila anni di filosofia politica e duecento di sociologia ci hanno messo in mano. Criteri che vengono additati come “complottismo” (o nella formula canzonatoria “gombloddismo”) dal gregge belante attaccato al capezzolo del Potere convinto che questo sia buono e giusto come un genitore amorevole.
Possiamo chiudere questa introduzione riassumendola nella seguente frase: nel campo dell’informazione, chi arriva primo occupa e lottizza la nostra testa, e dopo è molto difficile cacciare da lì l’intruso. È una regola non scritta a cui siamo tutti sottoposti, basti pensare che se qualcuno non troppo vicino a noi finisce sotto processo, il riscontro della sua innocenza non conta: l’accusa è arrivata prima e ne resta lo stigma. L’accusa pesa più della condanna. E lo sa bene la politica che di questi strumenti si serve ampiamente, a volte persino creandone i presupposti, anche questa una prassi di scuola statunitense e può condizionare l’andamento di un paese: si pensi allo scandalo creato ad arte ai danni di Dominique Strauss Kahn, poi smentito e ritrattato dalla stessa presunta vittima. La vicenda giudiziaria impedì all’economista francese di concorrere per l’Eliseo nel 2012. Innocente sì, presidente no. E questo era il fine.Storiacce, Girolimoni: il mostro di Roma - Ulisse online Quando tu, accusatore, vieni smentito anni dopo, ti risparmiano persino il biasimo. L’accusato non gode dello stesso privilegio, come ci ricorda la triste vicenda di Gino Girolimoni, immortalata in un film di Damiano Damiani con Nino Manfredi nel ruolo del protagonista.

Restando in ambito politico possiamo osservare come, quando un partito deve convogliare voti, i suoi luogotenenti nei giornali si appropriano di notizie di cronaca manipolandole funzionalmente alle esigenze del momento per portare dalla propria parte determinati gruppi di interesse (resta vitale, in realtà, che i partiti non risolvano mai i problemi di cui si fanno portavoce, altrimenti perderebbero presa sui relativi gruppi di interesse), così un delitto pertinente alla sfera della psicopatologia diventa frutto della cosiddetta cultura patriarcale (formula aberrante e nonsense scippata all’antropologia culturale e trasformata in quello che in gergo si chiama parola trigger), una rissa tra ragazzi fuori da una scuola può diventare un pestaggio omofobo o razzista, risultato di abuso di stupefacenti o fanatismo islamico;  il suicidio di un giovane di colore può essere strumentalizzato come suicidio dovuto alla discriminazione nonostante i genitori del ragazzo si sgolino a dire che questa non c’entri (link). 

Citando esempi istituzionali, quanti ricordano il fatto che la boccetta mostrata da Colin Powell per legittimare l’attacco americano della seconda guerra del golfo era in realtà piena di talco? (link) E che di fatto più di un paio di fischiabotti probabilmente reperibili anche nelle rivendite di petardi napoletane sotto capodanno non vi fu traccia delle famigerate armi di distruzione di massa? Eppure su quella falsa prova si legittimò una guerra che causò 210000 morti fra i civili, in contraddizione con l’altra notizia farlocca ma sempre ritenuta valida dai tordi che ci cascano secondo cui le cosiddette bombe intelligenti permetterebbero di limitare le perdite civili. E nessuno ricorda con disprezzo Powell e i suoi amici neocon.

E cosa dire dell’innumerevole quantità di menzogne raccontate sulla figura di Kim Jong Un  e sul Nord-Corea in generale da tutti riconosciute come vere (lo zio fatto sbranare dai cani, l’obbligo di tagliarsi i capelli come lui per tutta la popolazione maschile, l’esecuzione della sua fidanzata ecc) (link)? 

Negli ultimi due anni poi, il conflitto russo-ucraino è diventato fonte di incalcolabili e spesso pittoresche notizie false diffuse su Vladimir Putin: la sua imminente morte. Il suo cancro. La sua malattia mentale. La sua dipendenza dall’alcol. L’esercito di sosia che lo sostituiscono all’occorrenza. La linea ferroviaria segreta che porta dal Cremlino a casa sua in pieno stile Batman. Le fake news sulle sconfitte dell’esercito russo e la scarsità di risorse dall’inizio della guerra (“combattono con le pale e i picconi”, “non hanno i calzini”, “hanno finito le munizioni”, ma, inspiegabilmente, avanzano). La recentissima notizia sull’attentatore costretto a mangiare il proprio stesso orecchio.
Informazioni false, certo, ma suscettibili di spostare, nel cittadino, la percezione della realtà quel tanto che basta per muoverne l’opinione a piacimento anche quando smentite dai fatti, e si sa bene che, soprattutto in tempo di guerra, questa prassi è ritenuta legittima. In fondo siamo o non siamo nell’epoca della post-verità, dove la creazione di una narrazione funzionale ai propri scopi è un’esigenza sovraordinata alla diffusione di una notizia pertinente con la realtà?

Un discorso scontato? In tempi come quelli che corrono nulla lo è, men che meno per chi  segue la via della conoscenza, sia essa di tipo filosofico o politico, iniziatico o mistico (o semplicemente non vuole farsi menare per il naso),  e si sforza di percorrerla in umiltà ed attenzione. In questo lo sguardo vigile, attento e critico deve essere il presupposto per essere noi i “verificatori di fatti” (cerchiamo, nei limiti del possibile, di usare la nostra lingua in luogo dell’inglese!) che non impongono al prossimo la propria prospettiva ma lavorano per sé su di sé e parlano, o dovrebbero parlare, solo di ciò che possono toccare concretamente non lasciandosi trascinare nel gorgo delle opinioni. Nel mondo postmoderno le influenze contrarie sono tali e tante che dobbiamo affrontare sempre tutto “in attenzione” con quella stessa tensione interiore che avvertiamo quando passeggiamo da soli nel bosco, rilassati ma sempre consapevoli che potremmo incappare in mamma cinghiale, mettere un piede in qualche buca e rompercelo, portarci a casa un esercito di zecche o semplicemente perderci. Oggi che ogni informazione è falsificabile anche da un bambino se dispone della giusta app, il nemico non è solo il truffatore che ti vende uno Schema Ponzi o quello che ti frega col phishing, ma chiunque abbia interesse a ingannarti per i propri scopi, comprese (e forse soprattutto) le istituzioni.
In altre parole: molti giornalisti producono  fake news, con buona pace di Mentana, Cecchi Paone, Parenzo, Selvaggia Lucarelli, Bruno vespa, Fedez, Chiara Ferragni , i Maneskin e tutto lo zoo di quelle mostruosità che ogni giorno ci entrano in casa attraverso la televisione per imporci la loro narrazione, o meglio quella dei loro padroni. A volte prevale l’elemento fake, a volte la veridicità parziale delle news, ma sempre si tratta di qualcosa di poco chiaro che confonde e ti porta dove vuole, finché il pensiero del lettore non sarà un ibrido di dati reali e opinioni, di realtà e finzione, come quelle magliette prodotte prendendo spunto da una bufala. 

Con quale forza può un libero pensatore, un giovane in formazione, magari solo ed isolato, opporsi ai comici, ai cantanti, agli opinionisti, ai giornalisti, ai cosiddetti influencer o anche solo agli amici, che ripetono come un mantra le litanie della narrazione prevalente? Il poveretto finirà per abbozzare, e alla fine si convincerà della bontà delle tesi maggioritarie secondo il meccanismo della spirale del silenzio citato poco sopra, mentre l’informazione ufficiale prosegue inesorabilmente e senza un vero pensiero a muoverla. Come la locomotiva del romanzo “La bestia Umana”, o il treno dell’ “Inno a Satana” di Giosuè Carducci.

I veri cercatori,  coloro cioè che perseguono la verità, devono essere pronti a scacciare simbolicamente i mercanti dal tempio, e devono accettare la possibilità di risultare “selvatici” perché opporsi al frastuono imperante significa a tutti gli effetti essere percepiti come soggetti devianti in un mondo che intende con la parola “normale” non l’agire o l’essere secondo  norma, ma l’agire od essere secondo la media, lo standard. Se fossimo nell’età dell’oro, i due concetti coinciderebbero ma, mai come nei tempi che corrono, dalla media è meglio stare lontani per agire secondo la norma.
È forse proprio in questo stare mentalmente all’erta aspirando a una lucidità duratura che risiede, oggi, l’unico grado di  libertà consentito. Sempre che non si cerchi di esprimerlo ad alta voce, ovviamente. E’ poco ma è comunque assai meglio di niente.
Mai come in questo periodo dobbiamo comportarci come se stessimo camminando in un bosco.
O, se si preferisce, in una selva oscura come disse qualcuno.

Il demone è bugiardo, mentirà per confonderci.
E alle menzogne mescolerà anche la verità, per aggredirci.
La sua è una aggressione psicologica

(William Peter Blatty- “L’esorcista”, 1971)

1 commento

  1. preludio

    La lettura di queste pagine mi riporta alla mente alcune reminiscenze scolastiche e, precisamente, la figura del filosofo partenopeo Giordano Bruno (che mi colpì per le sue vicissitudini), il quale inneggiava alla libertà di giudizio e alla pratica del pensiero critico, concetti più che mai attuali, bombardati come siamo, oggi, dagli a volte discutibili mezzi di comunicazione di massa
    Articolo letto con molto piacere per la veridicità dei contenuti.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *